Vittorio Sgarbi visita la Galleria Segantini di Arco

È una visita avvenuta quasi in punta di piedi, ma dal forte valore simbolico, quella che nei giorni scorsi ha portato Vittorio Sgarbi alla Galleria Civica G. Segantini di Arco, ospitata a Palazzo dei Panni. Il critico d’arte e presidente del MART è arrivato accompagnato da Franco Panizza e dalla sorella Elisabetta Sgarbi, ed è stato accolto dall’assessore alla cultura Massimiliano Floriani insieme alla responsabile della galleria, Giancarla Tognoni.
A spiegare il senso di questa presenza è lo stesso Floriani: «Quando parla di Segantini, Sgarbi consiglia sempre una visita al museo di St. Moritz e alla nostra galleria. Non è un caso se nella sua ultima pubblicazione Il cielo più vicino – La montagna nell’arte al nostro Segantini viene dedicato uno spazio importante». Una dichiarazione che lega direttamente la cronaca locale all’attualità editoriale.
Il volume, pubblicato nel 2025 da La Nave di Teseo, propone un ampio viaggio nella storia dell’arte, dal Trecento ai giorni nostri, con un filo conduttore preciso: la montagna non come semplice sfondo, ma come soggetto centrale, luogo del sublime, spazio fisico e insieme spirituale. In questo percorso Arco assume un ruolo tutt’altro che marginale, grazie a due capitoli che chiamano in causa due protagonisti fondamentali: Albrecht Dürer e Giovanni Segantini.
Il capitolo dedicato a Giovanni Segantini, pittore di origini arcensi, occupa una posizione di rilievo nel libro. Intitolato La montagna sacra (pagine 179–195), è introdotto già nel risguardo di apertura da una delle sue opere più note, Ritorno dal bosco, oggi esposta al Museo Segantini di St. Moritz. Una scelta non casuale, che segnala fin dall’inizio il ruolo centrale attribuito dall’autore al pittore.
Nel capitolo, Sgarbi accompagna il lettore dentro la visione segantiniana della montagna, presentata come luogo morale e simbolico prima ancora che naturale. A corredo del testo trovano spazio immagini di opere fondamentali come Pomeriggio sulle Alpi, Ritorno dal bosco, Le due madri e due pannelli del Trittico della natura (La vita e La morte). È qui che la montagna diventa protagonista assoluta: non paesaggio da contemplare, ma spazio in cui si intrecciano fatica, spiritualità, maternità, destino umano. In questo racconto, l’origine arcense di Segantini assume un valore che va oltre il dato biografico, diventando parte integrante di una visione artistica costruita guardando costantemente “verso l’alto”.
Arco ritorna protagonista anche nel capitolo dedicato ad Albrecht Dürer, significativamente intitolato Il primo reportage delle Alpi. Qui Sgarbi racconta il viaggio italiano del maestro tedesco alla fine del Quattrocento, soffermandosi sugli acquerelli di paesaggio che segnano una svolta nel modo di osservare la natura. Tra questi, trovano spazio le immagini della Veduta di Arco: sia il celebre foglio conservato al Musée du Louvre di Parigi, sia un particolare della stessa opera.
In queste pagine, Arco appare come uno dei primi luoghi alpini a essere fissati con uno sguardo diretto, quasi giornalistico, in cui la rupe del castello domina la scena. La montagna non è più una quinta decorativa, ma una presenza autonoma, solida. È uno sguardo da viaggiatore, quello di Dürer, ma anche l’inizio di una sensibilità moderna che riconosce alla montagna un valore artistico in sé.
Alla luce di questi capitoli, la visita di Sgarbi alla Galleria Segantini acquista un significato che va oltre la semplice tappa istituzionale. È il segno di un dialogo continuo tra passato e presente, tra il patrimonio artistico custodito ad Arco e una riflessione contemporanea che lo inserisce in un racconto più ampio. Arco si conferma così non solo come città natale di Segantini e luogo attraversato da Dürer, ma come punto di riferimento vivo nella narrazione della montagna nell’arte europea. (n.f.)















