Tumore al seno, il PD: «Screening gratuito dai 45 anni, il Trentino non può più aspettare»

Redazione03/11/20264min
mammografia

Venticinque anni di prevenzione, migliaia di diagnosi precoci e risultati che collocano il Trentino ai vertici nazionali. Ma anche una sfida ancora aperta: garantire lo screening mammografico gratuito a partire dai 45 anni, senza costringere le donne ad attendere ulteriormente. È su questo obiettivo che il Partito Democratico provinciale torna a incalzare la Giunta Fugatti, chiedendo investimenti, personale e una sanità sempre più vicina al territorio.

 



 

A intervenire sono Sara Ferrari, Francesca Parolari e Michela Calzà, quest’ultima già vicesindaca di Dro e oggi consigliera provinciale, dopo aver partecipato al convegno organizzato a Trento per celebrare i 25 anni del programma di screening mammografico.
I numeri testimoniano un percorso di successo. Dal 2001 sono state oltre 800mila le donne invitate ai controlli e quasi 600mila le adesioni. La partecipazione supera stabilmente l’80%, contro una media nazionale di poco superiore al 50%. Nella fascia tra 50 e 74 anni, la sopravvivenza è cresciuta dall’86-88% fino a circa il 98%, grazie alla diagnosi precoce e ai progressi delle terapie. «Il traguardo dei 25 anni di screening mammografico rappresenta una conquista fondamentale per la salute pubblica», riconoscono le tre esponenti democratiche. «Tuttavia, proprio la forza di questa storia ci impone di non fermarci e di colmare ritardi non più giustificabili».
La prima richiesta riguarda l’età di accesso. Secondo Ferrari, Parolari e Calzà, il Trentino deve accelerare sull’estensione gratuita dei controlli alle donne dai 45 anni, già prevista in numerose realtà italiane. Un percorso che la Provincia ha avviato nel 2025, includendo le quarantanovenni. L’assessore provinciale alla salute Mario Tonina, intervenuto al convegno, ha confermato l’impegno ad ampliare progressivamente la fascia fino ai 45 anni, compatibilmente con le risorse e il personale disponibili.
Ed è proprio quello degli organici il secondo nodo sollevato dal PD.
«I macchinari di ultima generazione sono preziosi, ma da soli non bastano se manca il personale», sottolineano le consigliere. L’impiego della tomosintesi e dell’intelligenza artificiale può migliorare l’accuratezza diagnostica, ma servono professionisti qualificati, soprattutto tecnici sanitari di radiologia medica, la cui eventuale carenza potrebbe rallentare l’ampliamento del servizio.
Infine, la questione territoriale. Le tre esponenti democratiche invitano a ripensare gradualmente il modello organizzativo, affiancando alla qualità garantita dai centri specializzati una maggiore prossimità dei servizi. «È giunto il momento di riorientare con gradualità la rotta, valutando come integrare e avvicinare lo screening ai territori per facilitare l’accesso a tutte le donne», affermano.
Una prospettiva che riguarda direttamente anche l’Alto Garda e Ledro, dove distanze, collegamenti e tempi di percorrenza possono rappresentare ostacoli concreti, soprattutto per le donne residenti nelle località più periferiche.
Le future Case della Comunità potrebbero contribuire a rafforzare questa rete, purché accompagnate da personale, tecnologie e percorsi diagnostici adeguati.
Il messaggio politico è chiaro: non basta celebrare i risultati raggiunti. Occorre trasformarli in nuove opportunità di prevenzione, accessibili a tutte le donne, indipendentemente dall’età e dal luogo di residenza.

(n.f.)