Avvelenati a morte i pioppi della spiaggia di Riva: saranno abbattuti

Non è solo la fine di due alberi. È la fine di un pezzo di paesaggio, di memoria, di identità. Sotto i tronchi ormai spenti dei pioppi della spiaggia dei Pini, sul lungolago di Riva del Garda, sabato 18 aprile si è consumato un momento che ha avuto il sapore di un commiato collettivo – ma anche di una denuncia pubblica, netta, senza sconti.
I due esemplari di Populus nigra o Pioppo nero, oltre cento anni di vita e quasi 40 metri d’altezza, sono morti. Non per cause naturali. Sono stati avvelenati. E non una sola volta.
A dirlo con certezza sono le analisi del dottor Giorgio Maresi della Fondazione Edmund Mach: niente parassiti, niente malattie. Solo glifosato, iniettato attraverso fori di trapano alla base dei tronchi. Fori aumentati nel tempo, segno di un’azione reiterata. Un accanimento.
Il Comune ha provato a salvarli. Concimazioni mirate, interventi radicali, mesi di tentativi. Ma la seconda perizia, datata 7 aprile, ha chiuso ogni spiraglio: attività vegetativa ridotta al minimo, corteccia che si stacca, alberi ormai morti. E pericolosi.
La denuncia ai carabinieri è arrivata già il 19 maggio 2025: i reati ipotizzati sono pesanti: danneggiamento di proprietà pubblica, inquinamento ambientale, danno paesaggistico e creazione di pericolo. Un danno stimato in 40 mila euro. Ma il conto reale, quello che riguarda la città, è molto più alto. Storico e culturale.
«Si tratta di un gesto inqualificabile – ha detto il sindaco Alessio Zanoni – perché questo è un patrimonio di tutti. Chi ha agito in questo modo barbaro ha aggredito e danneggiato la proprietà pubblica, il che oltretutto corrisponde a un reato».
Parole dure, che diventano ancora più nette quando il sindaco allarga lo sguardo: «Non è un caso isolato. Casi di avvelenamento di alberi ne abbiamo altri; chi se ne rende responsabile non provoca solo un danno alla collettività, ma cancella l’anima dei luoghi».
E qui il punto si fa politico, culturale, civile. Perché quei pioppi non erano solo alberi: «Sono qualcosa di particolare per noi rivani – ha ricordato Zanoni – si trovano sul nostro bellissimo lungolago e rappresentano da tantissimo tempo un riferimento e un patrimonio prezioso».
Ora resterà forse un ceppo, «quale segno di memoria», magari trasformato in installazione. Ma è una memoria che nasce da una ferita.
Accanto al sindaco, l’assessore all’ambiente Gabriele Bertoldi ha ricostruito la vicenda passo dopo passo. «Si tratta di un danno molto rilevante – ha spiegato – perché queste piante così alte si vedono da distante e compongono il paesaggio. Inoltre offrono ombra, preziosa in estate, e sono una memoria storica».
E poi l’appello, che suona quasi come una resa amara alla realtà: «Se piante di proprietà pubblica danno fastidio o creano problemi, l’invito è a venire in comune: siamo assolutamente disponibili ad ascoltare tutti i punti di vista e a trovare delle soluzioni».
Tradotto: esiste il dialogo. Qui, invece, alle radici dei due giganti verdi, si è scelto altro. Un altro linguaggio. Quello dei fori nel tronco. Del veleno. Della notte.
Non è la prima volta. Negli anni scorsi altri episodi hanno colpito alberi in città – magnolie verso la Spiaggia degli Olivi, piante lungo la ciclabile verso Varone – ma allora si era riusciti a intervenire. Questa volta no.
E proprio mentre si parlava di tutto questo, sotto quei giganti ormai spenti, è comparso un gesto semplice e potente. Elisabetta Montagni, rappresentante di SAL, ha distribuito ai passanti un volantino in forma di necrologio, in italiano e in inglese: «L’anno 2026 a Riva del Garda è venuto a mancare Pioppo di 109 anni avvelenato da mani insensibili e barbare. Ne danno il triste annuncio tutte le persone che amano gli alberi e che li rispettano».
Un necrologio che è insieme denuncia e memoria. Perché qui non si è solo perso un albero. Si è perso un simbolo.
Da lunedì inizierà l’abbattimento: un intervento complesso, eseguito per sezioni dall’alto verso il basso, che richiederà circa tre giorni di lavoro e un costo stimato tra i 5 e i 10 mila euro. Al termine resterà un grande ceppo, memoria concreta di ciò che è stato.
Al loro posto verranno messi a dimora nuovi alberi, platanoidi a foglia larga, per restituire nel tempo ombra e qualità al lungolago. Ma sarà un processo lento: serviranno anni, se non decenni, per ricostruire anche solo in parte l’impatto paesaggistico perduto.
Sul piano giudiziario, la vicenda si chiude invece senza responsabili: la denuncia presentata ai carabinieri è stata archiviata per mancanza di elementi utili all’identificazione degli autori.
Resta così un danno evidente e irreversibile, senza colpevoli. E resta soprattutto un episodio che, al di là delle parole di condanna, lascia aperta una questione più ampia: quanto è davvero tutelato – e rispettato – il patrimonio pubblico, quando può essere colpito in questo modo e scomparire nel silenzio?
(n.f.)


















