Mamme costrette a scegliere tra figli e lavoro: in Trentino 263 dimissioni in appena tre mesi

Diventare madre non dovrebbe significare rinunciare al lavoro. Eppure, per centinaia di donne trentine, la nascita di un figlio coincide con una scelta difficile: continuare a lavorare oppure lasciare il proprio impiego. Una decisione che spesso nasce non dalla mancanza di ambizioni, ma dall’impossibilità di conciliare gli impegni professionali con quelli familiari. I numeri fotografano una situazione preoccupante. Nel 2024 sono state 440 le lavoratrici madri che hanno presentato dimissioni volontarie. Nel 2025 sono salite a 519. Nei soli primi tre mesi del 2026 i casi registrati sono già 263. I dati, raccolti dal Servizio Lavoro della Provincia autonoma di Trento, sono stati comunicati dal vicepresidente provinciale Achille Spinelli in risposta a un’interrogazione della consigliera di Campobase Chiara Maule.
A spiegare le ragioni del fenomeno sono soprattutto le difficoltà quotidiane.
Nel 2025 il 27,5% delle motivazioni indicate dalle lavoratrici riguardava la gestione della cura dei figli: mancanza di posti negli asili nido, costi elevati dei servizi e assenza di familiari disponibili. Un ulteriore 24% era legato a un’organizzazione del lavoro troppo gravosa o incompatibile con le esigenze familiari. Il 22,3% riguardava invece il passaggio a un’altra azienda. Le percentuali si riferiscono alle motivazioni dichiarate, che potevano essere più di una per lavoratrice.
Il problema non è soltanto economico. Come osservato da Stefania Terlizzi, dirigente dell’Agenzia del Lavoro, molte donne possiedono qualifiche elevate e finiscono per cercare occupazioni part-time meno qualificate, con conseguenze anche sui futuri contributi pensionistici.
Una realtà che interroga direttamente anche l’Alto Garda e Ledro, territorio nel quale turismo, commercio, servizi e industria richiedono spesso orari articolati e una disponibilità difficilmente conciliabile con la cura dei bambini.
La UIL del Trentino chiede maggiore flessibilità organizzativa, servizi adeguati e una più equa condivisione delle responsabilità familiari tra madri e padri.
Perché la maternità non può trasformarsi in una penalizzazione professionale.
La sfida riguarda aziende, istituzioni e famiglie: garantire che avere un figlio non significhi perdere indipendenza economica, competenze e opportunità.
E soprattutto evitare che una scelta di vita diventi, per troppe donne, una rinuncia obbligata. (n.f.)










