Il noir di Sergio Leoni conquista anche la Svizzera: «Il lago non ha ancora restituito tutto»

«L’Alto Garda è un posto che ti insegna presto una cosa: la bellezza può essere un ottimo nascondiglio». Basterebbe questa frase per entrare nel mondo letterario di Sergio Leoni. Un mondo fatto di castelli che osservano senza parlare, nebbie che cancellano i contorni, famiglie apparentemente irreprensibili, vecchi segreti e silenzi che raccontano molto più delle parole.
A qualche mese dall’uscita, L’Ombra del Castello, esordio giallo-noir dello scrittore arcense, continua il suo cammino e sta trovando lettori anche oltreconfine, in particolare in Svizzera. Proprio l’interesse riscosso in Canton Ticino ha portato un blog locale a dedicargli un’intervista. E dalle risposte emerge soprattutto l’uomo che si nasconde dietro lo scrittore.
«Il Trentino delle mie pagine è il primo dei colpevoli»
Nel romanzo Arco e l’Alto Garda non sono una scenografia. Sono parte della trama. «Quel castello l’ho avuto davanti agli occhi per cinquant’anni, come un vicino di casa che non parla mai ma sa tutto di te», racconta Leoni. E persino la nebbia diventa materia narrativa: «Non è meteorologia: è un modo di stare al mondo. Cancella i contorni, rende incerto quello che di giorno sembrava ovvio». Da qui nasce il paesaggio inquieto de L’Ombra del Castello: «Il Trentino delle mie pagine non fa da sfondo ai personaggi: li condiziona, li protegge, li tradisce. È il primo dei colpevoli».
Trent’anni in banca per imparare a leggere le persone
Dietro il noir c’è anche la vita professionale di Leoni: trent’anni da bancario, l’esperienza politica, l’impegno sociale e ambientale. Una palestra insospettabile per uno scrittore esordiente.
«Trent’anni dietro una scrivania di banca sono un osservatorio privilegiato sulla natura umana», confessa. «Impari a leggere gli occhi della gente come si legge una biografia».
Poi la politica locale, dove nelle piccole comunità «tutti si conoscono e proprio per questo nessuno dice davvero quello che pensa». È lì che nasce una domanda perfetta per un thriller: «Fino a dove sarebbe disposto ad arrivare, quest’uomo, per non far sapere?»
Anche i personaggi vengono costruiti così. «Un personaggio, per me, non si costruisce con quello che dice: si costruisce con quello che evita di dire». E aggiunge una delle immagini più efficaci: «Le contraddizioni non le ho inventate, le ho archiviate per decenni. Scrivere è stato solo aprire il cassetto».
«Il lago non ha ancora restituito tutto»
A 55 anni la scrittura rappresenta per Leoni anche una nuova libertà. «Significa avere finalmente il permesso di dire le cose per intero. In banca, in politica, nell’attivismo, parli sempre dentro un perimetro. Il romanzo è il primo posto dove non devo mediare con nessuno».
E L’Ombra del Castello potrebbe non rimanere un’avventura solitaria. Leoni sta già lavorando: «Ci sono un paio di fili rimasti sciolti alla fine del primo libro che continuano a tirarmi la manica di notte». E poi un’altra storia trentina, «di quelle che in paese si raccontano solo a luce accesa».
La promessa è già una piccola dichiarazione programmatica: «Il lago non ha ancora restituito tutto».
Ma Leoni tiene a sgombrare il campo da un possibile equivoco. Le ombre dei suoi romanzi non sono un giudizio sulla sua terra. Al contrario. «La gente di Arco e di Riva del Garda è tra la più perbene che io conosca. Sono comunità di lavoratori tenaci, cresciute con la fatica della terra, del lago e poi dell’accoglienza». Ed è proprio da casa che è arrivata la soddisfazione più grande: persone che lo fermano al bar, in libreria o per strada per parlare del libro. «Arco e Riva lo hanno accolto con un calore che non mi aspettavo».
Forse perché, conclude Leoni, «una comunità sicura di sé non ha paura di guardarsi allo specchio, nemmeno quando lo specchio è scuro».
(n.f.)










