Arriva col sidecar a Torbole la coppia de “la Fuga in Egitto”

Vittorio Colombo19/07/20264min
torbole venditore



 

“I vei, i veiii!” strillavano i ragazzini correndo. “I vei, quei de la Fuga in Egitto”. Annunciato da un rumore di ferraglia il sidecar irrompeva nella piazza di Torbole. Con stridore di freni si arrestava tra frotte di mocciosi, massaie e pessatèri. Sul sidecar padre e figlio, una coppia battezzata dai Torbolani “la Fuga in Egitto”. Evocava infatti, ad avviso dei paesani, la disavventura evangelica della Sacra Famiglia.
Il padre, il capo abilitato a guidare il mezzo, alzava la gamba e balzava a terra. Il figlio, facendo forza sui bordi laterali, emergeva dalla cuccia, la sorta di siluro appiccicata ad un lato della moto. Con gesti sincronizzati, messi i piedi a terra, si toglievano occhialoni e copricapo di pelle scuoiata con paraorecchie alla coniglio. Il figlio, con aria dimessa, scaricava dal retro della moto uno scatolone. Toccava al genitore, alto e tronfio per il suo ruolo di “zarlatàm”, illustrare con parole, a suo dire forbite e gesti ampollosi, il contenuto.
“Esimie dòne e betòneghe, valorosi pessatèri, che cosa abbiamo qui oggi, per voi e per il vostro diletto?”. A questo punto il fronte dei convenuti si stringeva e incalzava. L’omone assestava qualche calcio ai “putelòti” infestanti come zizzania e, colpendo sederini e stinchi, tuonava: “Bòci, fora dale bale!”. Affondata la mano nello scatolone il zarlatàm la ritraeva e alzava al cielo un sacchetto a rete nel quale i limoni erano una botta di giallo. Strillava: “Ecco i meio limoni de Limóm!”.
Era come fosse merce venuta dalle Indie mentre, lo sapevano tutti, la compagnia de “la Fuga in Egitto” veniva da Malcesine dopo aver percorso, a rombo di tuono, la Gardesana orientale. Le massaie allungavano le mani pregustando limonate. Lo spaccio procedeva a ritmo forsennato. Apparivano, posati a terra su un tappeto del Katai, bottoni e fermagli, martelli e chiodi, macinini da caffè e, per la gioia dei pessatèri, tabacco da masticare, sigari e sigarette di provenienza sospetta, se non proprio illecita. “A me, a me!”… “Quanto pago?”… “Ma è un furto!”… “Che sconto per le mutande usate?”. Tutti volevano andare a casa con qualcosa: due limoni, un paio di bottoni, un reggiseno quinta misura, un orologio patacca, perché era come la festa del Patrono. Mani allungate per prendere, quindi mani allungate per pagare.
Scintillavano le monetine mentre gli occhi del figlio perdevano per un attimo la tristezza e si illuminavano. Allungava allora la mano per prendere le monetine, ma… lo schiocco si sentiva a metri di distanza. Il zarlatàm, padre e padrone, aveva assestato, come sempre, una botta sulla mano tesa del figlio: doveva, che diamine!, starsene al suo posto che già doveva ringraziare perché stava lì per imparare il mestiere.
La sagra andava a finire e mocciosi, betòneghe e pessatèri si disperdevano. Il zarlatàm avviava il sidecar e vi si sedeva tronfio, come un re rospo in trono; il figlio “cenerentolo” si accucciava nella sua bara viaggiante. Anche le onde del lago, mosse dall’Òra, sembravano godersela accompagnando, lungo la Gardesana, il sidecar con la mitica coppia de “la Fuga in Egitto”.
Vittorio Colombo