Mamme costrette a scegliere tra figli e lavoro: in Trentino 263 dimissioni in appena tre mesi

Redazione07/11/20263min
famiglia mani

Diventare madre non dovrebbe significare rinunciare al lavoro. Eppure, per centinaia di donne trentine, la nascita di un figlio coincide con una scelta difficile: continuare a lavorare oppure lasciare il proprio impiego. Una decisione che spesso nasce non dalla mancanza di ambizioni, ma dall’impossibilità di conciliare gli impegni professionali con quelli familiari. I numeri fotografano una situazione preoccupante. Nel 2024 sono state 440 le lavoratrici madri che hanno presentato dimissioni volontarie. Nel 2025 sono salite a 519. Nei soli primi tre mesi del 2026 i casi registrati sono già 263. I dati, raccolti dal Servizio Lavoro della Provincia autonoma di Trento, sono stati comunicati dal vicepresidente provinciale Achille Spinelli in risposta a un’interrogazione della consigliera di Campobase Chiara Maule.

 



 

A spiegare le ragioni del fenomeno sono soprattutto le difficoltà quotidiane.
Nel 2025 il 27,5% delle motivazioni indicate dalle lavoratrici riguardava la gestione della cura dei figli: mancanza di posti negli asili nido, costi elevati dei servizi e assenza di familiari disponibili. Un ulteriore 24% era legato a un’organizzazione del lavoro troppo gravosa o incompatibile con le esigenze familiari. Il 22,3% riguardava invece il passaggio a un’altra azienda. Le percentuali si riferiscono alle motivazioni dichiarate, che potevano essere più di una per lavoratrice.
Il problema non è soltanto economico. Come osservato da Stefania Terlizzi, dirigente dell’Agenzia del Lavoro, molte donne possiedono qualifiche elevate e finiscono per cercare occupazioni part-time meno qualificate, con conseguenze anche sui futuri contributi pensionistici.
Una realtà che interroga direttamente anche l’Alto Garda e Ledro, territorio nel quale turismo, commercio, servizi e industria richiedono spesso orari articolati e una disponibilità difficilmente conciliabile con la cura dei bambini.
La UIL del Trentino chiede maggiore flessibilità organizzativa, servizi adeguati e una più equa condivisione delle responsabilità familiari tra madri e padri.
Perché la maternità non può trasformarsi in una penalizzazione professionale.
La sfida riguarda aziende, istituzioni e famiglie: garantire che avere un figlio non significhi perdere indipendenza economica, competenze e opportunità.
E soprattutto evitare che una scelta di vita diventi, per troppe donne, una rinuncia obbligata. (n.f.)