Chiude Zamboni abbigliamento di Arco: la serranda si abbassa e porta via un pezzo di vita

Redazione09/01/20267min
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C’è una serranda che, quando si abbassa, fa più rumore di altre. Non per il metallo, ma per la memoria che si porta dietro. Succederà a gennaio 2026, nel cuore di Arco, quando Zamboni abbigliamento chiuderà per sempre i battenti in Piazza Tre Novembre, al piano terra di Palazzo Marcabruni Giuliani, di fronte alla Collegiata e accanto al Municipio. Un luogo che non era solo un negozio, ma una piccola piazza coperta, fatta di relazioni, ascolto, abitudini quotidiane.
La storia inizia nel 1907, quando Carlo Zamboni, zio del nonno di Laura, apre un negozio di tessuti e filati. Si prende cura dei figli del fratello Enrico, scomparso prematuramente, e con loro fa crescere un’attività che attraversa generazioni. Gli archesi li chiamavano “gli omeneti”, per quella statura appena sopra il metro e mezzo che non ha mai impedito loro di essere giganti nel lavoro. Tra loro lo zio Vittorio, rimasto dietro al bancone fino a 94 anni: un’immagine che oggi sembra appartenere a un’altra epoca.

 

 

Laura, il bancone e una vita intera
A raccontarci questa storia è Laura Zamboni, classe 1969, 38 anni passati dietro quel bancone. «Io iniziai quasi per caso», ricorda. Era il 1987, era a casa in attesa di una chiamata come maestra d’asilo. Chiese al padre Enrico se poteva dare una mano in negozio. “Va bene”, le rispose. Iniziò quel pomeriggio stesso. E non se ne andò più.
Negli anni Ottanta l’attività cresce, si diversifica, si sposta e si riorganizza. Nasce “Intimo Zamboni”, “Mode” e “Bimbi Mode” che molti ad Arco ricordano ancora con nostalgia, e il longevo “Arredocasa”. Sono anni intensi, di lavoro e di famiglia che si intrecciano: «Nel frattempo avevo due bambini e il lavoro di negoziante porta via molte ore alla famiglia». Nel 2005 Laura e la sorella Alessandra rilevano l’azienda sotto i Portici di Arco dal padre. Un equilibrio perfetto: ordini da una parte, amministrazione dall’altra, entrambe a contatto con i clienti.

Un negozio che sapeva ascoltare
«Abbiamo sempre messo il cliente al primo posto, ascoltando», dice Laura. E non è una frase fatta. In Zamboni abbigliamento si entrava anche solo per un saluto, per due chiacchiere, per confidarsi. «Oggi sono poche le persone che sanno ascoltare». E così quel negozio era diventato un presidio silenzioso di socialità, un luogo dove il commercio si mescolava alla relazione umana.
C’erano clienti che arrivavano da altre città italiane, dall’estero. «Tornano ad Arco e la prima cosa che fanno, prima ancora di portare le valigie in albergo, è passare da noi». Può far sorridere, dice Laura, ma è anche un enorme motivo d’orgoglio. E forse dice molto di ciò che Arco sta perdendo.

La chiusura e il vuoto
La decisione matura lentamente, negli ultimi quattro anni, dopo la perdita della sorella Alessandra. Il peso economico, l’impegno di tempo, un lavoro che è cambiato radicalmente: «Una volta venivano i rappresentanti in negozio. Ora devo girare mezza Italia per gli showroom, centinaia di chilometri, nel mio giorno di riposo». Troppo, per una realtà piccola, familiare, portata avanti da una sola persona.
Alla notizia della chiusura, la reazione è unanime: dispiacere, smarrimento. «“Adess en do vago a vestirme?” mi chiedono», racconta Laura. Ma dietro quella battuta c’è qualcosa di più profondo: la sensazione che il centro storico perda un altro punto di riferimento, un altro luogo dove ci si sentiva riconosciuti.

Non solo un negozio che chiude
Il futuro degli spazi è ancora incerto. I muri, tutelati dalla Soprintendenza, resteranno per 60 giorni a disposizione della Provincia, per una legge del 1939. «Poi vedremo…», sospira Laura. Una cosa però è certa: «Questi grandi spazi non ospiteranno un nuovo negozio di abbigliamento e attrezzatura sportiva». Ad Arco ce ne sono già molti. E lavorano bene. Ma non è questo il punto.
Il punto è che con Zamboni abbigliamento Arco perde qualcosa che non si misura in metri quadri o fatturato. Perde un pezzo della sua identità, un luogo dove il commercio era anche relazione, ascolto, memoria condivisa. Una perdita grave in termini di socialità, che si aggiunge a tante altre serrande abbassate negli ultimi anni.
Laura, intanto, guarda avanti con sobrietà: «Mi prendo una pausa, poi cercherò un lavoro da dipendente, per arrivare alla pensione. Non mi mancano molti anni e spero di vivere in serenità». Le resta la consapevolezza di aver fatto qualcosa di buono. E ad Arco resta il dovere, forse, di non dimenticare che le città non sono fatte solo di muri, ma delle persone che li hanno abitati, giorno dopo giorno.
Nicola Filippi