Seta, argento e ferite del tempo: Arco restaura il suo storico gonfalone

Redazione13/09/20265min
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Due anni fa era ancora un’ipotesi, nata davanti a un drappo antico segnato dal tempo e a un blu originario riaffiorato quasi per sorpresa sotto le pieghe della storia. Oggi quel progetto diventa realtà. Il Comune di Arco ha affidato al laboratorio arcense di Katia Brida il restauro dell’antico gonfalone della città, manufatto settecentesco da anni custodito nella sala Giunta e ormai bisognoso di un intervento accurato.
La vicenda era stata anticipata da La Busa nell’agosto 2024 (leggi), quando l’allora assessore alla cultura Guido Trebo aveva avviato i primi approfondimenti sulle condizioni del gonfalone e sulla possibilità di recuperarlo. Fu proprio durante quelle analisi che emerse uno dei dettagli più suggestivi: sotto le parti meno esposte alla luce resisteva ancora traccia di uno splendido blu molto intenso, ben diverso dall’azzurro-grigio che oggi domina il drappo.
Ora, dopo le valutazioni tecniche, l’iter con la Soprintendenza e le necessarie autorizzazioni, l’attuale assessore alla cultura Massimiliano Floriani porta quella intuizione alla fase concreta: il restauro è stato formalmente affidato.

 

 

Il primo passo con Guido Trebo
Fu nell’estate del 2024 che l’ex assessore alla cultura Guido Trebo, nella giunta Betta, decise di avviare un primo approfondimento sullo stato di conservazione del gonfalone.
La Busa, il 2 agosto di quell’anno, raccontò quella fase di studio. La restauratrice Katia Brida era stata chiamata a esaminare tessuti, ricami e filati per comprenderne età, caratteristiche e possibilità di recupero. «La questione del Gonfalone cittadino è in fase di studio – spiegava allora Trebo –. La mia idea sarebbe quella di valutare un restauro sul Gonfalone che ospitiamo in sala Giunta». L’allora assessore ricordava anche il lavoro dell’archivista Maria Gonzato per ricostruire la storia del manufatto e sottolineava la qualità della seta e dei ricami in argento.

«Uno splendido blu molto intenso»
Proprio durante quelle analisi emerse uno dei dettagli più suggestivi: il colore originario del drappo. «Una cosa invece è certa: il colore originario è uno splendido blu molto intenso», raccontava Trebo, riferendosi alle parti di seta rimaste protette dalla luce. «L’argento dei ricami doveva spiccare in modo bellissimo sul blu intenso dello sfondo».
Il gonfalone misura 160 centimetri per 114 ed è probabilmente opera di una bottega trentina. Il fondo è in seta, con ricami in filati policromi e metallici: argento, argento dorato, rame argentato e rame dorato. La scritta centrale «Città di Arco» è realizzata in filato d’argento.

Le ferite del tempo
Le condizioni del manufatto spiegano bene la necessità dell’intervento. La restauratrice ha rilevato un consistente deposito di pulviscolo superficiale e particellato, accumulatosi nel tempo e responsabile di addensamenti diffusi su tutta la superficie. Le fibre risultano in più punti irrigidite e alterate anche per effetto delle condizioni climatiche e dei processi chimici subiti nel corso degli anni. Non mancano poi gore, abrasioni, lacerazioni e vere e proprie lacune, con perdite parziali del tessuto di fondo, particolarmente evidenti nella parte inferiore e lungo il profilo delle bandinelle.
I ricami metallici presentano inoltre diversi stadi di ossidazione, mentre negli angoli superiori sono visibili vecchi rammendi realizzati manualmente con filato di cotone non coerente con quello originario. Anche il manicotto superiore, di un azzurro particolarmente acceso, e la fodera in cotone sembrano essere interventi successivi, probabilmente realizzati in sostituzione di elementi più antichi.

Oggi l’assessore Floriani dà il via al restauro
A raccogliere oggi il testimone è l’attuale assessore alla cultura Massimiliano Floriani, che ha portato a compimento l’iter amministrativo. Il Comune ha affidato l’intervento al laboratorio arcense di Katia Brida, dopo aver ottenuto le necessarie valutazioni e autorizzazioni della Soprintendenza provinciale.
«I simboli di una comunità rappresentano le sue radici e la sua identità più profonda – sottolinea Floriani in una nota stampa – per questo preservarli e restaurarli significa prendersi cura della nostra memoria collettiva. Un atto concreto di rispetto e valorizzazione verso uno dei simboli più importanti della nostra città». (n.f.)