Rinasce l’opera di fra’ Silvio Bottes: salvata dall’oblio è all’Ossario di Bolognano

C’è una storia che parla di cura, di attenzione e anche di un pizzico di provvidenza, dentro le mura silenziose del restaurato ossario del cimitero di Bolognano d’Arco. Una storia che oggi si può vedere, quasi toccare, entrando in uno spazio tornato a vivere, essenziale e raccolto, dove ogni dettaglio sembra avere trovato il suo posto.
Al centro, illuminata da una luce morbida e continua, la “Ascensione del Signore” di fra’ Silvio Bottes. Una scultura in bronzo, alta poco meno di un metro, salvata per un soffio e oggi restituita alla comunità.
A raccontarlo a La Busa online è l’assessore alla cultura Massimiliano Floriani, con la soddisfazione di chi ha visto un’idea semplice diventare realtà.
“Tutto nasce quasi per caso – spiega – Un anno fa, durante lo spostamento di una tomba nel cimitero di via Mantova, questa statua stava per essere buttata. I nostri addetti ai servizi cimiteriali hanno capito subito che non era un oggetto qualsiasi. L’hanno recuperata. E da lì è partito tutto.”
Un gesto che ha cambiato il destino dell’opera, ma anche quello dell’ossario stesso.
“Questo spazio – continua Floriani – era usato da decenni come deposito. Eppure sotto conserva ancora le spoglie di tanti cittadini di Bolognano. Ci siamo detti: non può restare così. Va restituito alla sua dignità.”
Da qui la decisione di intervenire. Un restauro sobrio, senza effetti speciali, ma capace di trasformare completamente l’ambiente. Pareti ripulite e ridipinte, pavimento recuperato, arredi ridotti all’essenziale. Una lunga panca in legno per la sosta, un leggio che racconta la storia del luogo e della scultura. E poi la luce, studiata per accompagnare lo sguardo.
“Non volevamo aggiungere, ma togliere il superfluo – spiega ancora l’assessore – L’idea era semplice: creare uno spazio che parlasse da solo. E la statua, lì sul fondo, è diventata il punto focale.”
La figura del Cristo si staglia così davanti agli occhi, incorniciata da un “occhio di bue” luminoso, acceso giorno e notte. Un effetto scenico delicato ma potente, che sorprende chi entra e colpisce anche chi osserva da fuori, grazie alle porte originali restaurate e dotate di vetri.
“Volevamo che fosse visibile sempre – aggiunge Floriani –. Anche quando le porte sono chiuse. Perché questo è un luogo della comunità.”
L’ossario, realizzato nel 1863, è stato restaurato nella primavera del 2026 grazie all’impegno del Comune di Arco, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni culturali della Provincia autonoma di Trento. Ma, come sottolinea l’assessore, il valore più grande sta nel lavoro condiviso.
“Devo dire grazie agli addetti ai servizi cimiteriali, al cantiere, alle giardinerie e all’ufficio tecnico. Sono loro che, con sensibilità e attenzione, hanno salvato quest’opera dall’oblio e reso possibile tutto questo.”
Un ringraziamento che ha il sapore di un riconoscimento a chi lavora spesso lontano dai riflettori, ma custodisce ogni giorno la memoria dei luoghi. La svelatura dell’ossario restaurato, domenica 3 maggio, è stata una piccola festa di paese: la benedizione di don Francesco Scarin, i Vigili del Fuoco volontari, il vicesindaco Marco Piantoni, l’assessora Roberta Prandi, i rappresentanti del Comitato Oltresarca e tanti cittadini. Un momento semplice, ma denso di significato.
E non è un caso che proprio qui trovi spazio un’opera di fra’ Silvio Bottes, frate francescano e artista profondamente legato ad Arco. Per decenni ha vissuto al santuario della Madonna delle Grazie, lasciando nel territorio centinaia di opere, spesso non firmate per umiltà. La sua scultura, essenziale e intensa, continua a parlare alle persone. Anche oggi.
“Valorizzare i luoghi sacri e i manufatti storico-artistici è fondamentale – conclude Floriani – Questo è solo un passo. A breve apriremo una seconda camera mortuaria al cimitero monumentale e il prossimo anno interverremo sulla cappella di Romarzollo.”
Intanto, a Bolognano, il silenzio dell’ossario ha ritrovato una voce. E racconta una storia di comunità, memoria e bellezza ritrovata.
Nicola Filippi





















