Il piccolo vivandiere dell’oliva sul Brione

Redazione01/11/20264min
RACCOLTA OLIVE



 

Andavo alle Elementari ed ero il piccolo vivandiere dell’oliva. Allora in classe si leggeva Cuore e tutti giù a piangere per la Piccola Vedetta Lombarda, che, centrata da una pallottola, precipitava dall’albero. Io sugli alberi ci andavo ogni giorno a giocare a Tarzan. E tra tutti preferivo l’olivo. Al tempo dei miei anni verdi la raccolta delle olive era una pratica eroica. Nei mesi di ottobre e novembre i contadini lasciavano a terra le zappe, guardavano il cielo e si mettevano in spalla lo scalino. Il diminutivo in «ino» non gli rende giustizia: era un palo gigantesco, munito di una miriade di pioli, detti «scalini». C’erano olivi dappertutto nella nostra ridente zona. Il monte Brione, poi, era il nostro Monte degli Olivi. E quella della raccolta era un’autentica Passione. Ogni contadino aveva centinaia di piante sul Brione. Allora non si usava tenerle basse: più le lasciavano andare su, più si riempivano di olive. Di tanto in tanto qualcuno cadeva e finiva all’ospedale. Mio zio Sandro era un fiero «scalinaro del Briom». Quando arrivava novembre e perfino le volpi sparivano nelle tane, saliva sul monte insieme ai suoi arditi colleghi: pareva una processione di Pasqua. Restava lassù dalla mattina a notte fonda. E doveva pur mangiare, che diamine! Non poteva continuare a salire e scendere da uno scalino che arrivava anche a cinque metri di disperazione. Ed eccomi. A mezzogiorno tornavo di corsa da scuola. La nonna mi metteva uno zaino sulle spalle. Dentro c’era da sfamare un esercito: gamelle d’alluminio piene di polenta e coniglio, o altre leccornie. Perfino il brodo, in una gamella fatta apposta per tenerlo caldo. Cominciava così la mia missione. Nel tratto pianeggiante andavo al trotto. Arrivato alle balze del monte, passavo in modalità salita rapida: busto in avanti e passi da gigante. Attraversavo selve di scalini e di piante d’olivo con le mutande: si usava infatti stendere dei teli di sacco tutt’intorno al tronco, per raccogliere le olive. A metà monte ero arrivato. Mio zio Sandro, uomo d’oro, quando faceva freddo aveva i ghiaccioli sulla faccia. Mi accoglieva con gioia dicendo: «Era ora, te sè proprio ‘n falòpa!» (Sei proprio un fiaccone!). Ma io vedevo che era contento. Tiravo fuori le gamelle e tutto quel ben di Dio, mentre lui recuperava da una sorgente un fiascone di quello buono. Poi si sedeva sui teli grezzi, come un pascià, a masticare di buona lena, con lo scalino che fremeva alla sua destra. Io lo salutavo e lui mi benediceva con una manata sulla testa.
Va beh, avevo poi raccontato tutta questa storia in un tema. La maestra lo aveva letto alla classe attonita. Finita la lettura, mi aveva detto: «Sei proprio il piccolo vivandiere del Briom». I miei compagni? Erano tutti sotto i banchi, rosi dall’invidia.
Vittorio Colombo