Nel rifugio all’Usignolo di Riva irrompevano le SS

Quando il rifugio antiaereo dell’Usignolo, a un passo da piazza San Rocco, era stipato di gente potevano arrivare le SS. Il buio era d’obbligo. Le famiglie erano ammassate tra rassegnazione, paura, ordini prepotenti e minacce urlate in tedesco.
La prima volta che i soldati irruppero nel rifugio la sorpresa dei presenti, mista al terrore, fu grande. Le SS puntarono le torce in faccia ai rifugiati e fecero alzare tutti gli uomini adulti. Uno alla volta li costrinsero a uscire. Non si trattava di un’operazione di propaganda o di una semplice intimidazione. Lo scopo era più prosaico: procurarsi manodopera da impiegare nella costruzione delle opere di difesa e dei bunker. Molti finirono a lavorare per l’Organizzazione Todt, impegnata nei lavori militari al servizio della Germania nazista. Chi ebbe la sfortuna di essere prelevato quella prima volta la pagò cara. Ma quanto accadde servì anche a far conoscere quel sistema di reclutamento forzato e le cose cambiarono.
Le testimonianze relative alle settimane precedenti la battaglia, che alla fine di aprile del 1945 portò alla liberazione di Riva, raccontano scene impressionanti. Le SS irrompevano nel rifugio, facevano alzare uno a uno i presenti, ma di uomini e ragazzi neanche l’ombra. C’erano soltanto donne, vecchi e bambini. Le famiglie stavano ammassate, spesso sdraiate a terra. I soldati arrivavano a strattonare donne e bambini per i capelli, costringendoli ad alzarsi.
Nei pressi del rifugio dell’Usignolo si poteva imboccare un arduo sentiero che saliva al Bastione, una via di fuga per chi non voleva finire nella Todt, ma anche per ricercati e partigiani. In alcuni punti erano stati fissati ferri nella roccia per rendere meno difficile la salita. Il Bastione era considerato un luogo franco. Si sapeva che i partigiani della montagna, se avvertiti, potevano raggiungerlo per accogliere i rivani in fuga.
Furono in molti, soprattutto nei giorni che precedettero la battaglia di Riva, a scegliere quella strada.
Tra loro c’era Angelo Furioli, comandante della Navigarda, che governava il piroscafo sulla tratta Riva-Limone allora utilizzato anche per la logistica tedesca. Una sera dei primi di aprile del 1945 avrebbe dovuto prendere servizio a un’ora stabilita. Invece era salito al Bastione con alcuni uomini del suo equipaggio. Da lassù sentì la sirena del piroscafo. Suonava, insisteva, sembrava non voler smettere di chiamarlo. Ma né quella sera né le successive il piroscafo lasciò il porto di piazza Catena.
Vittorio Colombo










