Arco, la sfida del turismo di qualità: «Non possiamo diventare come Gardaland»

Arco è da sempre una delle porte d’ingresso turistiche dell’Alto Garda, ma anche una città vissuta quotidianamente dai residenti. Un equilibrio delicato, che oggi si confronta con numeri record e nuove sensibilità. Il vicesindaco e assessore all’ospitalità turistica Marco Piantoni, esponente della nuova giunta guidata dalla sindaca Arianna Fiorio, affronta con la redazione de La Busa online il tema senza giri di parole: la questione non è soltanto “quanti turisti”, ma quale modello di turismo.
Attrattività o sovraccarico?
Il confine tra sviluppo e sovraccarico turistico, spiega Piantoni, non si misura solo con le statistiche, ma con la percezione concreta della comunità: «Quando il turismo diventa un fenomeno che incide pesantemente sulla vita dei residenti e crea più disagi che opportunità, è il momento di porsi delle domande sulla dimensione raggiunta».
Un passaggio che intercetta un sentimento diffuso in molte località del Garda, dove la crescita delle presenze – ormai nell’ordine dei milioni annui tra alberghiero ed extra-alberghiero – solleva interrogativi sulla sostenibilità sociale oltre che economica.
«Non possiamo fare la nuova Gardaland»
Da assessore all’ospitalità e operatore con esperienza nel settore alberghiero, Piantoni individua uno dei rischi principali nell’inerzia culturale: replicare all’infinito modelli che hanno funzionato in passato, aumentando semplicemente l’intensità. «Se il turismo è andato bene fino ad oggi, si tende a volerne sempre di più, allo stesso modo, senza chiedersi se sia davvero appropriato per il territorio».
Da qui la critica a strategie ispirate a logiche da “parco giochi”: «Non possiamo fare la nuova Gardaland del turismo ad Arco con gli spazi che abbiamo». Un’immagine volutamente forte, che richiama il tema della coerenza tra identità territoriale e offerta turistica.
Il vero capitale: paesaggio e territorio
Per Piantoni, la leva competitiva di Arco non risiede nella rincorsa ai grandi attrattori artificiali, ma nelle caratteristiche già presenti: paesaggio, ambiente, rete di percorsi, patrimonio storico diffuso. «Se riusciamo a puntare su questi elementi possiamo costruire un turismo di qualità, capace di generare prosperità nel tempo».
Particolare enfasi viene posta sul paesaggio agricolo, spesso percepito come sfondo ma, nella sua lettura, «elemento centrale dell’identità e della qualità della vita», con un valore che supera la sola produzione agricola.
Immagine venduta ed esperienza reale
Uno dei concetti chiave dell’intervista riguarda la distanza tra comunicazione e realtà vissuta dal visitatore. «Un conto è vendere un’immagine, un conto è far vivere un’esperienza», osserva il vicesindaco. Più questa distanza si amplia, minore diventa la competitività della destinazione. Al contrario, un’esperienza autentica, legata al territorio e al rapporto con la comunità locale, rafforza l’attrattività.
Un ragionamento che si inserisce nel dibattito contemporaneo sul turismo esperienziale e sostenibile, dove la qualità percepita pesa più dei volumi.
Turismo lento? «Serve investire sulla qualità»
Guardando ai modelli emergenti – come quelli adottati da regioni quali Umbria e Piemonte, orientati verso il turismo lento – Piantoni vede margini di convergenza, ma richiama criticità concrete. Il territorio, sostiene, ha progressivamente perso attrattività paesaggistica a causa del consumo di suolo, mentre la rete sentieristica sconta una manutenzione non sempre adeguata.
«Non serve aumentare i percorsi, serve investire sulla qualità di quelli che già abbiamo», afferma, indicando come priorità la cura dei tracciati, dei selciati storici e della vegetazione circostante, elementi che incidono direttamente sull’esperienza del visitatore.
Bosco Caproni e il recupero dei selciati
In questa prospettiva si colloca anche l’intervento su Bosco Caproni, descritto come una risposta a una situazione emergenziale: buche profonde e criticità irrisolte da anni. «Abbiamo chiesto la priorità di intervento per rendere l’area vivibile», spiega Piantoni, anticipando un progetto condiviso con Apt Garda Trentino e la Rete delle Riserve per il recupero e la valorizzazione dei selciati.
Non solo manutenzione, ma anche narrazione: «Attraverso queste strade di una volta si ricostruisce l’identità del territorio». Un patrimonio che, se raccontato, può trasformarsi in esperienza culturale oltre che naturalistica.
«Ogni sasso è un pezzo di storia»
Il vicesindaco insiste sul valore del patrimonio storico diffuso, spesso poco percepito: testimonianze delle guerre, capitelli, manufatti, percorsi antichi. «Molte volte vediamo solo un sasso, ma è un pezzo di storia», osserva, citando esempi virtuosi come il sistema di valorizzazione del monte Zugna.
Una regia di sistema, non di singolo Comune
Sul piano strategico, Piantoni esclude approcci isolati: «Dobbiamo ragionare in termini di sistema, non di singolo comune». La costruzione di un modello turistico sostenibile, nella sua visione, richiede un’azione coordinata tra amministrazioni, Apt Garda Trentino, Provincia e attori territoriali.
Il messaggio finale è netto: il limite non sarebbe la mancanza di attrattori, ma la difficoltà a riconoscere e valorizzare ciò che già esiste. «Crediamo che la risposta siano cose che non abbiamo, quando invece dovremmo valorizzare le cose che abbiamo».
Un’impostazione che apre un confronto destinato a proseguire: quale turismo per Arco e per l’Alto Garda? La risposta, suggerisce Piantoni, passa meno dalla corsa ai numeri e più dalla capacità di riconoscere, curare e raccontare il territorio.
Nicola Filippi










