«Nessuno sfregio recente»: sulle lapidi di Biacesa ecco la vera storia

«Le lapidi non sono state sfregiate di recente: i segni presenti risalgono a molti anni fa e così erano già al momento della loro collocazione».
Sono parole nette quelle di Lino Martelli, presidente pro tempore della Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia – Sezione Biacesa–Borgo Lares, giunte in redazione come precisazione ufficiale sulla vicenda delle lapidi dedicate ai tenenti Francesco Arcioni e Alfonso Lo Sasso, nei pressi della chiesa di Biacesa.
Una puntualizzazione che contribuisce a ricollocare storicamente i fatti, dopo l’articolo pubblicato il 26 gennaio su La Busa.info (leggi), che aveva dato conto di un presunto sfregio recente volto a cancellare il fascio littorio inciso sulla pietra, gesto che aveva riacceso un dibattito pubblico sul senso della memoria storica e sul rapporto tra passato e presente.
La precisazione dell’ANFI
Nella comunicazione inviata al nostro giornale il presidente Martelli chiarisce che la Sezione dell’Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia è custode delle lapidi, che ogni anno vengono ricordate con una solenne cerimonia commemorativa. I manufatti, spiega, furono reperiti anni fa in due aree distinte, una in Alto Adige e una a Trento, e già all’epoca risultavano danneggiati.
Di conseguenza, i segni presenti sulle lapidi non sarebbero riconducibili ad azioni recenti, ma a un deterioramento o a interventi avvenuti molto tempo prima della loro attuale collocazione a Biacesa. Una precisazione richiesta da diversi soci dell’associazione e inviata con l’obiettivo di evitare fraintendimenti e letture non aderenti alla realtà dei fatti.
Una vicenda che resta sensibile
La puntualizzazione non cancella, tuttavia, il valore del dibattito aperto. L’articolo pubblicato a gennaio aveva infatti affrontato la questione da un punto di vista più ampio, richiamando le parole del vicesindaco di Arco, Marco Piantoni, che aveva invitato a distinguere tra giudizio sull’ideologia fascista e memoria delle persone coinvolte nella tragedia della Prima guerra mondiale.
Arcioni e Lo Sasso morirono infatti durante la Grande Guerra, in un contesto storico profondamente diverso dall’attuale, in un Trentino che fu direttamente attraversato dal conflitto: paesi evacuati, montagne trasformate in trincee, comunità lacerate. Una ferita che ancora oggi segna il territorio e rende particolarmente delicato ogni intervento sulla memoria materiale di quel periodo.
Memoria, contesto e responsabilità
La precisazione dell’ANFI contribuisce ora a fare chiarezza su un punto specifico, evitando che un’errata collocazione temporale dei danni alle lapidi alimenti tensioni o polemiche non fondate. Allo stesso tempo, conferma quanto il tema dei monumenti, delle lapidi e dei simboli storici resti complesso e stratificato, soprattutto in una terra come il Trentino, dove la Prima guerra mondiale non è un capitolo lontano, ma una presenza ancora visibile nel paesaggio e nella memoria collettiva.
Rettificare non significa sminuire il valore del confronto, ma rafforzarlo, ancorandolo ai fatti. Perché solo su una base storicamente corretta la memoria può diventare strumento di comprensione, e non terreno di scontro.
Come ricordato anche dall’Associazione custode delle lapidi, il ricordo dei caduti non è mai celebrazione della guerra, ma atto di rispetto verso vite travolte da un tempo tragico, che continua a interrogarci, a più di un secolo di distanza, sul senso della storia e sul modo in cui scegliamo di raccontarla oggi.
(n.f.)










