Arco, commercianti esasperati da pipì e deiezioni: «Porteremo le bollette dell’acqua in Comune»

Ogni mattina alzano le serrande, sistemano vetrine e ingressi, cercano di rendere più bello e accogliente il cuore della città. Poi, troppo spesso, arriva il momento meno piacevole: secchio o bottiglia in mano e acqua potabile, pagata in bolletta, per lavare muri e cubetti di porfido da urina e deiezioni lasciate dai cani. Ora alcuni commercianti del centro storico di Arco, esasperati da una situazione che dicono essere quotidiana, stanno pensando a una protesta tanto simbolica quanto provocatoria: portare le bollette dell’acqua in Comune e chiedere alla Giunta di pagarne almeno una parte.
A guidare la protesta sono Andrea Zamboni del negozio Stuff e Katiuscia Stablum di Jea Abbigliamento, tutti e due nel “salotto buono” della città delle Palme, che raccolgono un malumore condiviso da diversi operatori del centro.
Il bersaglio, precisano, non sono naturalmente gli animali, ma i comportamenti dei loro proprietari. «Siamo stufi di utilizzare continuamente la nostra acqua per pulire quello che altri lasciano sulle strade e davanti al negozio», è in sostanza il ragionamento.
Un problema che, secondo le testimonianze dei commercianti, non riguarda soltanto qualche turista distratto, ma anche residenti che abitualmente porterebbero i propri cani tra le vie del centro senza intervenire dopo i loro bisogni.
E il tema, oltre che economico, diventa quello del decoro urbano. Perché nelle giornate calde, spiegano gli esercenti, l’odore di urina resta sui muri, negli angoli delle vie e tra i cubetti di porfido. Non esattamente quel «profumo di città pulita» che chi lavora nel centro vorrebbe offrire come biglietto da visita ad abitanti e visitatori.
Il regolamento, però, parla chiaro
Su questo punto la normativa locale esiste già. Dal gennaio 2025 è in vigore il Nuovo Regolamento intercomunale di Polizia Urbana, che ha sostituito anche la precedente ordinanza comunale dedicata ai cani. L’articolo 26 prevede che chi conduce un animale nelle aree pubbliche abbia con sé bottiglietta d’acqua o spruzzatore e il materiale necessario alla raccolta delle deiezioni. Le feci devono essere rimosse e, per quelle liquide, il conduttore deve versare una quantità d’acqua sufficiente a diluire e ripulire la superficie interessata.
È inoltre vietato consentire agli animali di urinare su edifici, monumenti, veicoli in sosta e nelle aiuole dei parchi pubblici.
Per le violazioni, udite udite, sono previste sanzioni da 50 a 300 euro.
Ed è proprio qui che nasce l’amarezza degli esercenti: «Le regole ci sono. Bisogna farle rispettare».
La richiesta all’amministrazione Fiorio è quindi più ampia della semplice repressione: campagne di sensibilizzazione, cartelli chiari e in più lingue, anche con immagini, dai giardini alle vie del centro; controlli più frequenti, eventualmente anche con agenti in borghese; ma anche una maggiore attenzione alla pulizia delle pavimentazioni, valutando lavaggi periodici con mezzi specifici come avviene in altri centri urbani.
Perché, dicono i commercianti, il problema non si risolve soltanto con una multa. «Bisogna cambiare la testa di qualcuno». Più educazione, più rispetto degli spazi comuni e un po’ di attenzione verso chi, ogni giorno, prova a tenere vivo e curato il salotto della città.
E soprattutto una regola molto semplice: il cane non ha colpe. Ma chi tiene il guinzaglio, sì, ha delle responsabilità.
(n.f.)










