Addio a Sergio Chesani, famoso a Milano ma con Arco nel cuore

Redazione05/04/20257min
SERGIO CHESANI ARCO MILANO (4)


 

di Nello Morandi

“Uom di multiforme ingegno”. Sicuramente il mitico Omero l’avrebbe descritto così, come ha mirabilmente raccontato il suo Ulisse nell’incipit di quel capolavoro che è l’Odissea.
E Sergio Chesani è stato, ora che è andato avanti, un uomo che per novant’anni ha saputo coltivare le sue passioni con tanta intensità da decodificare persino il significato primo di hobby per trasformarle in una ragione di vita. Una vita lunga, intensa, mai banale, così come mai banale è stato lui delle cui gesta noi, solo un po’ più “piccoli”, avevamo colto gli echi in un’epoca in cui la tradizione orale la faceva da padrona ed il confine tra storia e mito era spesso labilissimo. Sergio, figlio di Clemente Chesani, che ad Arco si è distinto come un apprezzato medico condotto, è stato tra i primissimi a dar linfa alla nascita dello scoutismo fondato il 28 giugno del 1945 da Guido Tavernini, Tino Chesani (sì, proprio suo fratello), Giovanni Morandi e don Roberto Angelini forse anche come risposta al sabato fascista dei “Balilla”. Con lui Arturo Campetti, Giampaolo Giovanazzi, Ivo Angelini, Edoardo Ischia, Franco Viola, Gianni Caproni, Dario Moschen, Eugenio Mantovani, Renato Mandelli, Giovanni Monti ed altri ex ragazzi che avevano aderito con entusiasmo al richiamo dello scoutismo che il governo fascista aveva posto al bando nel ‘28. Sergio era un ragazzino, allora, ma la sua creatività era già un motivo di leggenda tra i suoi amici del tempo.

 

 

 

“Lui aveva disegnato il logo che è stato posto sul cappello degli scout – ci racconta oggi sua sorella Anna Maria – e quando ad Arco hanno festeggiato i settant’anni del movimento lui è stato invitato, assieme ad alcuni dei suoi amici del tempo, alla presentazione del libro del quale lui stesso aveva realizzato la copertina”.
Un artista completo che però aveva iniziato a lavorare come cineoperatore all’ombra di suo fratello Tino. Facevano servizi per la Rai come freelance, una esperienza che non è durata moltissimo anche perché Tino venne a mancare, a soli 26 anni, in un tragico incidente stradale.
Forse per questo, o forse perché il suo spirito aveva bisogno di spazi più ampi, Sergio, poco prima degli anni 60, si trasferì a Milano dove continuò a collaborare con la Rai come cineoperatore anche se, per amore della sua libertà, non accettò mai nessuna proposta di assunzione.
Famoso il suo documento cinematografico, che contribuì anche a chiarire la dinamica del sinistro, sul grave incidente nel quale perse la vita il famoso pilota tedesco Wolfgang von Trips che uscì di pista con la sua Ferrari alla curva del Vedano a Monza dopo essersi agganciato con la Lotus di Jim Clark. Era il 10 settembre del ‘61 e la Ferrari, ormai priva di controllo, rimbalzò letteralmente sulla rete di recinzione causando la morte di quattordici spettatori. Una tragedia catturata, e documentata per intero, dall’obiettivo di Sergio che ovviamente vide crescere la sua fama, ma non appagò di certo la sua voglia di novità.
La nostalgia del suo Trentino e delle sue montagne lo portò ad aprire un ristorante in pieno centro a Milano, in via Francesco Ferrucci, tutt’oggi sulla breccia, che proponeva e propone i cibi “poveri”, oltre ai vini tutt’altro che poveri della tradizione delle nostre terre. “Taverna della trisa” si chiama, probabilmente in onore della madre originaria della val Rendena dove è chiamato “trisa” l’arnese che serve a rigirare la polenta nel paiolo.
“Mio padre ha pensato a tutto – ricorda Francesca, la sua unica figlia – lo stile e anche l’arredamento del locale, oltre ovviamente al menù, che proponiamo da anni. Qui siamo come una famiglia visto che il cuoco e parecchio del personale è con noi da moltissimo tempo”.
Non pago Sergio decise di aprire anche un bar in zona Brera ed il suo nome è tutto un programma: “Resentin” si chiamava, come il goccio di grappa che si versa nell’ultimo sorso di caffè dopo un lauto pasto.
“Ora il locale non è più della nostra famiglia – racconta la sorella Anna Maria – l’abbiamo ceduto anni fa quando era diventato un posto alla moda. Questo anche perché mio fratello voleva coltivare i suoi altri interessi…”
Che erano il disegno e la pittura. Sua la copertina del libro “70+1” che ripercorre la storia degli scout di Arco dalla loro fondazione all’altro ieri. “Era un’artista – afferma Anna Maria – aveva una mano felicissima tanto che, per un lungo periodo, collaborò con Bruno Bozzetto il famoso regista e fumettista italiano”.
Abbiamo capito, insomma, che la versatilità era una delle doti principali di Sergio Chesani, quest’uomo talmente infinito da rendere arduo seguirne la parabola. Una delle sue passioni erano i cavalli. “Ricordo quando galoppava senza sella sul greto della Sarca con l’amico Flessati” ricorda oggi Gianni Caproni uno dei ragazzi della sua epoca. “Ne aveva uno arabo, bellissimo – racconta la figlia Francesca – credo che sia vissuto almeno trent’anni e mio padre non gli ha fai fatto mancare nulla perché era l’amico fedele delle sue scampagnate. Lo cavalcava all’americana, stile western come i cow boy. A lui piaceva così”.

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