I bimbi del minibasket lo chiamavano “Papà Cianci”

“Cianci, papà Cianci” lo chiamavano i bambini delle Elementari. Gli davano del “tu” e lui, finto burbero, passava i palloni da minibasket ai bimbi eccitati. Accadeva nel 1970 e andò avanti così per alcuni anni. Si era nella palestra delle Elementari “Chiesa”.
Francesco Amistadi, detto “Cianci”, era in cattedra. E dire che non era un insegnante, ma un ex barbiere promosso bidello. Ma era una immensa risorsa di sport e di umanità. Per questo gli avevano assegnato l’ora di Educazione sportiva e lui era al settimo cielo. Per migliaia di bambini delle Elementari rivane il “Cianci” è stato papà ed educatore. Per tutti una persona meravigliosa. Ha fatto della sua vita un impegno, una testimonianza di disponibilità, di sacrificio per far vincere il bene nello sport come nella vita. Era, come si suol dire, uomo tutto d’un pezzo, animato da un grande fervore. Di lui ti colpivano i baffetti classici, ma soprattutto lo sguardo diretto, franco, da persona coraggiosa e perbene, severa e dolcissima nello stesso tempo.
Quando nel 1969 vide che il Direttivo era perplesso, balzò in piedi e disse: “Non volete il minibasket? Bene, lo farò io e metterò sulle maglie dei bimbi la scritta Minibasket Cianci”. E, da questa provocazione, nacque il minibasket rivano. Avanti a testa bassa. Bussarono alla sua porta alcune ragazze, lui le ascoltò e formò la squadra femminile. Lasciò senza esitazioni il “Giesse”, prima squadra di serie D che aveva costruito e che allenava, e scelse le bambine che iniziavano da zero. “Non vorrei – disse – che qualche allenatore si scoprisse latin lover. Io ho un’età (e una moralità) che mette tutti al riparo”.
La sua è stata una vita per lo sport e per gli altri, con nel cuore un posto di primo piano per la famiglia. Da ragazzo fece parte della squadra rivana che disputò campionati nel periodo tra le due guerre e fondò nel 1945 con don Giovanni Parolari la Virtus basket all’Oratorio. Nel 1949 la prima frattura con la Parrocchia. Si giocava all’Oratorio e qualcuno disse che i giocatori dovevano andare a dottrina. Rispose che in chiesa decideva lui quando e se andare. Primo capitolo chiuso. Nel 1954 alcuni giovani gli chiesero di fare una nuova squadra. Il Cianci, barbiere con bottega in viale Dante, disse: “Si fa se domani mattina, alle 6, in cinque siete al campo Benacense per un allenamento”. Ne trovò dieci e partì così la grande avventura del “Giesse”.
Poi, negli anni, ecco la sua giornata: ore 6.30 arrivava con la sua bicicletta nera con sul manubrio il monumentale cronometro, allenava ragazzi del basket e dell’atletica, poi mattina e pomeriggio bottega, e la sera dopo cena allenamento di basket all’Oratorio. Nel 1965 seconda frattura con la Parrocchia. La città fu con lui e in un baleno venne costruito il campo di viale Pilati. Non solo sport. Il Cianci si rese disponibile per molte iniziative cittadine: con le vesti veneziane da Capitano del Popolo guidò il Gruppo folcloristico rivano che, dal 1960, animò edizioni della Notte di Fiaba. Lasciò questo mondo nel 1992. Vent’anni dopo gli venne intitolata la “sua” palestra. Per quanto ha fatto e per la testimonianza che ha lasciato meriterebbe il titolo di Sportivo rivano del Novecento. Ah, curiosità comune, perché quel nome “Cianci”? “Me lo porto dietro dalla nascita – disse a chi scrive queste piccole note – Se non mi chiamano così, non mi giro, taranz dén taranz che nó te se altro”.
Vittorio Colombo










