Cava Piscolo di Arco, da ferita nel paesaggio all’energia verde: ecco il progetto

C’è un grande vuoto nella montagna sopra Ceole, ad Arco. La cava Piscolo , un anfiteatro biancastro scavato per decenni nell’estrazione della marna, è lì da anni: eredità di un passato industriale che ha lasciato un problema geologico aperto. Oggi quel vuoto è al centro di un progetto di recupero ambientale che la Provincia autonoma di Trento ha scelto come caso pilota per il ripristino delle cave dismesse in Trentino.
A guidarlo è Lucio Carli, imprenditore arcense e titolare della società Cava Piscolo Srl. «È il mio orgoglio», racconta nel suo ufficio a Ceole, davanti a uno schermo che mostra in tempo reale l’avanzamento del cantiere. «Dal primo giorno che l’ho acquistata ho pensato che questo luogo dovesse tornare a vivere». Un’idea che non nasce dall’oggi al domani: «Sono nove anni che lavoriamo su questo progetto».
Stabilizzare la montagna
Il cuore del progetto è la messa in sicurezza del versante. La marna, argilla estratta per decenni, è un materiale che perde stabilità a contatto con l’acqua. Sopra la cava, nel territorio di Tenno, si trova un vasto deposito morenico. Tra il 2001 e il 2003 una parte di quel fronte aveva già dato segnali di instabilità, rendendo necessario intervenire con opere di drenaggio. Da allora il versante è monitorato costantemente da inclinometri: oggi i dati registrano stabilità e il cantiere è progettato proprio per consolidarla nel tempo.
Il piano prevede il riempimento progressivo della cava con materiali selezionati, che creeranno un “piede” di sostegno alla montagna. I lavori procedono a strati compattati, con trincee drenanti per gestire le acque piovane. Il profilo finale del versante avrà un’inclinazione simile a quella originaria e un coronamento di alberature ricuciranno la cava nel paesaggio circostante.
Per il riempimento serviranno circa 250-270 mila metri cubi di materiale, in parte proveniente dagli scavi del bypass ferroviario di Trento. Ogni lotto viene analizzato prima del trasporto: si tratta di terreno naturale di primissima qualità, lo stesso che per Legge è considerato idoneo alla realizzazione di spazi residenziali e ricreativi.
Energia e identità green per l’Alto Garda
Una volta completato il ripristino ambientale entrerà in funzione un impianto fotovoltaico da tre megawatt, energia sufficiente a coprire il fabbisogno annuo di circa 1.200 famiglie. I pannelli, installati su strutture metalliche senza alcuna fondazione in cemento, avranno un andamento ondulato per ridurre l’effetto specchio. L’energia prodotta resterà sul territorio e potrà alimentare le comunità energetiche locali.
C’è però una dimensione più ampia da considerare. L’Alto Garda è una delle mete turistiche più apprezzate d’Italia: un territorio la cui attrattività dipende in misura crescente dalla qualità del paesaggio e dalla coerenza tra i valori che comunica e le scelte concrete che compie. Produrre energia rinnovabile là dove per decenni è rimasta aperta una ferita nel territorio non è solo un atto di buon senso: è un messaggio potente, capace di rafforzare l’immagine di una destinazione che fa sul serio quando parla di sostenibilità. In un’epoca in cui i visitatori scelgono anche in base ai valori di chi li accoglie, potersi presentare come territorio autenticamente green — non per slogan, ma per fatti concreti — è un vantaggio competitivo reale. «Se vogliamo davvero avvicinarci all’energia verde dobbiamo lavorare in questa direzione», dice Carli.
Questa, in fondo, è la vera sfida ambientale dei nostri tempi: non soltanto preservare ciò che è intatto, ma saper sanare le ferite del passato e trasformarle in risorse per le generazioni future. Installare un impianto di energia pulita su un’ex cava dismessa significa fare entrambe le cose insieme, contribuendo concretamente alla lotta contro il cambiamento climatico partendo da casa propria.
Disagi e garanzie
Il cantiere porta con sé un traffico di mezzi pesanti: un passaggio medio di circa 30-40 camion al giorno, non le centinaia ipotizzate in alcuni interventi pubblici. All’uscita dal cantiere ogni mezzo viene lavato da un impianto dedicato; lungo la strada d’accesso un sistema di abbattimento polveri entra in funzione ogni quarto d’ora nella stagione estiva.
Il progetto ha attraversato un lungo iter autorizzativo — tre conferenze dei servizi — con il coinvolgimento di Provincia autonoma di Trento, APPA, APRIE e dei Comuni di Arco, Riva del Garda e Tenno. Un percorso nel quale gli enti hanno contribuito in modo costruttivo: i suggerimenti arrivati nelle sedi istituzionali sono stati accolti con apertura e hanno portato a miglioramenti concreti, spingendo il progetto ben oltre i minimi di Legge, verso standard qualitativi più elevati.
I lavori proseguiranno per altri due o tre anni. «Sarà un disagio temporaneo – ammette Carli – Ma alla fine la cava sarà un gioiello. Chiunque può venire a vedere il cantiere: non c’è nulla da nascondere. È tutto alla luce del sole».
Un servizio più completo sarà pubblicato sul numero di aprile del mensile “la Busa”, in edicola dal primo di aprile.
Nicola Filippi




















