Biacesa, lapidi sfregiate per cancellare il Fascio littorio

Le lapidi dedicate al tenente Francesco Arcioni e al tenente Alfonso Lo Sasso, nei pressi della chiesa di Biacesa in Val di Ledro, sono state recentemente oggetto di uno sfregio mirato: un tentativo di cancellare il fascio littorio inciso sulla pietra. Un gesto che ha riacceso il dibattito sul senso della memoria storica e sul modo in cui il passato viene letto e giudicato nel presente.
A intervenire con una riflessione articolata è il vicesindaco di Arco, Marco Piantoni, che affronta il tema senza ambiguità, ma anche senza scorciatoie ideologiche. «Lo dico senza ambiguità: sono antifascista e considero il fascismo una tragedia della nostra storia», scrive. Proprio per questo, però, invita a distinguere «sempre tra ideologia e memoria delle persone».
Arcioni e Lo Sasso morirono durante la Prima Guerra Mondiale, «ragazzi poco più che ventenni», vissuti in un tempo lontano dal nostro, con riferimenti culturali, valori e convinzioni profondamente diversi. Una guerra che per il Trentino non fu un evento distante, ma un’esperienza diretta e devastante: un territorio trasformato in fronte, con paesi evacuati, montagne scavate dalle trincee, comunità spezzate. Una ferita che ancora oggi attraversa il paesaggio e la memoria collettiva.

Parlare di quei giovani, osserva Piantoni, «non è semplice: si rischia facilmente di essere fraintesi, come se ricordare questi giovani significasse giustificare la guerra o glorificarla». Ma la sua posizione è netta: «Non è così». La guerra resta una tragedia assoluta, «che oscura tutto il resto», ma questo non può cancellare la complessità delle vite che vi sono state travolte.
Nel suo ragionamento emerge anche un forte richiamo allo spirito del tempo. «Ho letto molto sulla Grande Guerra e su come tanti giovani ufficiali affrontavano quella che chiamavano “la prova del fuoco”», scrive. Uno spirito oggi difficile da comprendere fino in fondo, fatto di «dedizione, senso del dovere, l’idea – allora diffusa – che sacrificare la propria vita per il futuro del Paese fosse giusto». Un’idea lontana dalla sensibilità contemporanea, ma centrale per capire quel contesto storico.
Da appassionato della storia del territorio, Piantoni prova a spostare lo sguardo dal giudizio alla comprensione. «Cerco sempre di immaginare cosa abbia significato, per chi l’ha vissuta, stare al fronte». Non per celebrare la violenza, chiarisce, «ma per capire, per restituire complessità, per non trasformare la memoria in una semplificazione ideologica».
In una terra come il Trentino, segnata in profondità dalla Prima Guerra Mondiale, il tema dei monumenti e delle lapidi è particolarmente delicato. Sono segni di una memoria stratificata, che nel tempo è stata riletta, riscritta e talvolta piegata a ideologie successive. Affrontarli oggi significa accettare la complessità della storia, senza cancellazioni né giustificazioni.
«Ricordare questi giovani non significa prendere posizione a favore delle guerre di ieri o di oggi», ribadisce Piantoni. Significa piuttosto riconoscere che «la storia è fatta di persone, di scelte drammatiche, di contesti che non possiamo giudicare solo con le categorie del presente».
E significa, soprattutto, usare la memoria come strumento di interrogazione, non di scontro. «Interrogarci, senza retorica, su cosa voglia dire oggi parlare di responsabilità, impegno e futuro». Parole che, a più di un secolo dalla Grande Guerra, continuano a chiamare in causa il presente.
(n.f.)










