Annegamento madre e figlio a Punta Lido, respinta l’archiviazione

Prosegue l’iter giudiziario sulla tragedia avvenuta nel luglio 2024 nelle acque del lago di Garda, a Riva, dove persero la vita Hanna Shrabatska, 56 anni, e il figlio Oleksii, di 19. Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Rovereto ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, disponendo un supplemento d’inchiesta alla luce di nuovi elementi tecnici emersi nel corso dell’udienza preliminare.
Al centro della decisione vi è una perizia di parte commissionata dai legali del compagno della donna, che ha ricostruito le dinamiche fisiche potenzialmente responsabili dell’annegamento nel tratto di lago antistante la spiaggia di Punta Lido, in corrispondenza della foce del torrente Varone. L’elaborato tecnico, realizzato dal professor Maurizio Righetti, docente di costruzioni idrauliche presso l’Università di Bolzano, ha simulato in laboratorio il fenomeno generato dall’immissione di acqua fredda e più densa del torrente in quella superficiale del lago, più calda.
Secondo quanto emerso dalla simulazione, l’interazione tra le due masse d’acqua sarebbe in grado di generare un vortice verticale con forte risucchio verso il fondo, un effetto che potrebbe risultare letale anche per persone in buone condizioni fisiche e con capacità natatorie adeguate. Un quadro che, secondo il giudice, merita ulteriori approfondimenti investigativi e non consente, allo stato, di escludere profili di responsabilità.
La tragedia del luglio 2024 non fu un episodio isolato: a meno di un mese di distanza, nello stesso punto (leggi), perse la vita anche un giovane proveniente dalla provincia di Brescia. Un elemento che ha contribuito a rafforzare l’attenzione sull’area, oggi transennata e formalmente interdetta alla balneazione mediante apposita segnaletica, pare assente all’epoca dei fatti.
L’inchiesta dovrà ora chiarire se sussistano eventuali responsabilità in capo agli enti competenti. In particolare, l’attenzione si concentra sulla Provincia autonoma di Trento, quale ente gestore e custode del demanio idrico provinciale, e sul Comune di Riva del Garda, titolare di funzioni di vigilanza e controllo sul tratto di costa interessato. Tra i nodi da sciogliere vi è la corretta delimitazione delle aree vietate alla balneazione e la tempistica dei provvedimenti amministrativi adottati.
Dagli atti emerge che, solo successivamente alla tragedia, il Comune ha introdotto un divieto esplicito di balneazione nell’area di Punta Lido. A tale misura avrebbe fatto seguito, nel febbraio dell’anno successivo, una determinazione provinciale che ha esteso l’interdizione anche oltre la foce del Varone. In precedenza, la delimitazione dell’area vietata si sarebbe arrestata prima del punto in cui madre e figlio entrarono in acqua.
Hanna Shrabatska e Oleksii, entrambi fuggiti dalla guerra in Ucraina e ospitati in Trentino, avevano trascorso quella giornata estiva sulle rive del lago per cercare sollievo dal caldo. Dopo il mancato rientro in serata, era stata presentata denuncia di scomparsa ai carabinieri della Compagnia di Rovereto. I corpi furono rinvenuti la mattina seguente dai sommozzatori a una profondità di circa 18 metri.
Il supplemento d’inchiesta disposto dal giudice, come si legge sulla stampa locale, mira ora a stabilire se la tragedia potesse essere evitata attraverso una diversa gestione del rischio e una più chiara informazione ai bagnanti, aprendo un confronto giuridico che intreccia sicurezza, tutela delle persone e responsabilità della pubblica amministrazione. (n.f.)










