Danilo Rossi di Arco: paracadutista, infermiere e… animatore

Vittorio Colombo31/05/20264min
rossiarco18 011 - Copia - Copia



 

Danilo Rossi era un paracadutista. Lo è sempre stato in guerra e nella vita. Quando, nel 2010, ci raccontò la sua storia, pronunciò parole memorabili come “Folgore”, la divisione nella quale aveva militato, ed “El Alamein” dove disse con orgoglio “c’ero anch’io”. “Essere paracadutista è uno stile di vita” disse allora. Si era nella cucina della sua casa, conosciuta dagli Arcensi come “casa Baratella”, tra via della Cinta e via S. Pietro, di fronte all’Oratorio. Stimolato dall’amico Carlo Zanoni, presidente degli Alpini, si calò in testa il rosso berretto della Folgore, conservato come una reliquia, e prese a sventolare una bandiera. Il tutto con vivacità alla faccia dei suoi già allora novant’anni e di qualche acciacco alle gambe, che lo costringeva a girare per Arco a bordo della sua motocicletta rossa. Danilo mostrò il suo foglio matricolare (classe 1921), dove era denunciata l’altezza, un metro e sessanta, a conferma del fatto che quelli assai “concentrati” hanno una marcia in più. “Non ho mai avuto paura di niente e di nessuno: sono stato un paracadutista della Folgore. Anche dopo la guerra ho continuato a lanciarmi. Per undici anni sono stato Presidente dei Paracadutisti di Trento. Mia figlia Emanuela è stata campionessa di paracadutismo e, fino al ‘73, si buttava dietro di me”.
Sembrava di vederli, portellone dell’aereo, nubi tutt’intorno, giù in basso la terra. Salta papà Danilo e, un istante dopo, salta la figlia Manuela. “Poi tiri una corda, e la tela diventa un fungo: allora vai giù a mille”. E poi? “Quando sei a qualche centinaia di metri dal suolo, ritiri la corda e si riapre il cappello”. E se non si riapre? “Pazienza – disse – vorrà dire che ti sei schiantato”.
Nei lontani anni della scuola i suoi amici erano il Lino Gobbi, l’alpino reduce dalla Russia, e il Bruno Galas, il carrista che sarebbe morto in Africa, colpito nel suo carro dagli Inglesi. Da bambino fece il lattoniere poi, a 17 anni, il presidente dell’Ospedale Mattei lo assunse come infermiere e lo resterà sempre. Nel ‘46 il Ministero lo premiò per aver militato nel gruppo della Folgore durante la guerra di liberazione. Nel 1977 venne nominato Cavaliere. Per decenni è stato protagonista della vita arcense. Come presidente della Combattenti e Reduci era sempre in prima fila con la bandiera a tutte le cerimonie finché, venuti meno i suoi amici, affidò in Collegiata la bandiera a Zanoni e agli Alpini. Con Carnesecchi fondò la sezione Avis, ma prima ancora fu massaggiatore nella squadra Olivo-Olimpia del presidentissimo Giovanazzi. Sapeva come tenere tutti allegri: eccolo allora attore nella Filodrammatica, in piazza con il Comitato Gnocchi, suonatore nella Banda dell’Oratorio, animatore della Banda Mata e del Comitato Gran Carnevale. In una foto è su un carro vestito da clown: regge il librone al presidente Marchi, che gli “mangia in testa”.
Della figlia Manuela si è parlato, va quindi ricordato il figlio Gianpaolo grande appassionato di cinema; già dipendente della Rurale di Arco è stato regista di alcuni film girati ad Arco e nella Busa. Tornando all’incontro di anni fa con Danilo dalla vita da Paracadutista, il ricordo più vivo è per la vivacità dei suoi occhi che sprizzavano gioia perché lui, come nessun altro, aveva conosciuto l’ebrezza di stare sotto quel fungo che, in tutte le stagioni della sua vita, lo ha sempre cullato… e lui scendeva tra le nuvole rapido e luminoso. Proprio come una Folgore!
Vittorio Colombo