L’alber della Maldicenza, stroncato dalle motoseghe il “Grande Fratello” rivano

Vittorio Colombo30/05/20214min1578
alber maldicenza

Le motoseghe ruggirono alle ore 15 e 08 del 22 dicembre 1976. Cadde di schianto al suolo. E fu poi fatto a pezzi uno dei simboli della rivanità: l’Alber della Maldicenza. E dire che era stato per una vita ben “piantato”. Proprio davanti alla Rocca di Riva, a pochi passi dal “Pont dei strachi”. Gli facevano compagnia il chiosco delle angurie del Foletti, quello dei gelati del De Pellegrin e un nobile vespasiano. Tutto bianco smaltato e a due entrate. E i platani del Brolio scuotevano le fronde accarezzati dall’òra.
L’Alber della Maldicenza, grande e grosso, si era montato la chioma. Sapeva tutto lui. Ma era una istituzione. Lo condannarono a morte e fu lutto cittadino. “È roso dal tarlo” dissero i carnefici. Ma erano loro ad avere dentro il tarlo della vendetta. Tante e tanto incazzate erano le vittime della maldicenza. La sentenza fu eseguita, Molti assistettero. O facendosi il segno della croce, o quello di “forbice vince carta”. Ci fu chi si portò a casa un pezzo di legno. E ancora ci fa su qualche bel “piantino”.
La vittima era stato un altissimo ailanto, detto “albero del paradiso”. Messo a dimora dagli austroungarici all’inizio del 1900. Era anzianotto e c’era quel tal tarlo grande come un castoro. Pochi giorni prima, il 13 dicembre, il terremoto di S. Lucia aveva buttato giù mezza città. Si cercavano pali per tener su i muri. Capito l’antifona?
Ma… e la maldicenza?
Eccola. Per decenni le fronde del grande albero avevano offerto riparo a rivani di ogni risma. I barcaioli, i pescatori, i taxisti erano di casa. Era poi il ritrovo di una canea di sfaccendati e di professionisti degli affari degli altri. Una pacchia stare lì a sonnecchiare e spettegolare. Ombra e panorama. Ma l’asso nella manica era la posizione. Strategica è dir poco. Da lì l’occhio correva dritto agli ingressi della Banca d’Italia con Esattoria, della Cassa di Risparmio e perfino della Banca di Trento e Bolzano. Erano così smascherati e censiti tutti quelli che entravano in questa o in quella banca.
“Il Tale? Entrato con una borsa grossa, uscito con una loffia”. “E sì, perché s’è venduto il terreno” “Poveraccio ha fatto fallimento. Chiederà l’elemosina”. “Ma no, è per via della moglie. Gli ha mangiato anche le braghe…”. E via di questo passo e contrappasso.
Le foto con l’albero, scattate in tempi diversi, denunciano lo scorrere del tempo. I soldati, le auto gli anni ’30, i taxi d’epoca, gli artisti della Rocca, i barcaròi. Lui, l’Alber della Rocca, custode di oltre mezzo secolo di storie, aneddoti, personaggi era il Grande Fratello rivano.
Si dice che i rivani, gente di lago, siano per carattere pettegoli. Il buon Giacomo Floriani dedicò ai concittadini la poesia dal titolo, pensate un po’, “La maldicenza”.
Tutto passa. Si tagliano gli alberi. C’è chi nasce e chi lascia questa terra.
E la maldicenza?
Morta con il suo albero?
Macché, quella chi l’ammazza? Si è solo trasferita altrove. Sciamando, più vispa e irriverente che mai, per la città. “Cosa dite? Ah, sì, che la conosco quella”. “Ma dai, non mi dire che… Anzi dimmelo, valà”.
Vittorio Colombo

La Busa

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