La capra Rasma e la casa degli orrori a sant’Alessandro

Vittorio Colombo02/01/20226min6333
s alessandro capra rasma
C’era quella benedetta casa a Riva del Garda. Beh piano con i termini, era, a dirla tutta, un macello di rovine. Forse sarà stata anche una casa, ma qualche bell’anno prima. Fatto sta che nei primi anni Sessanta, nel paese di S. Alessandro “ridente”, perché tutti non facevano che ridere della faccenda, c’era questa porcamiseria di costruzione. Faceva proprio pena. Era stata, forse nei bei tempi andati, casa Prezzi, di quel “Rico” che la mattina portava la vacca alla fontana e questa sbavava come una matta sui panni che le donne lavavano. Ma questa è un’altra storia. Di che stiamo parlando? Siamo in piena piazza, a un tiro di tabacco dalla porta della Chiesa. Da una parte la casa del Milio “Fadàl” che aveva spianato la barchessa della Orsolina e, in piena curva, prima della trattoria del Carlo, il povero rudere. Un casino passare. Tanto che la cosa si era fatta stretta. Le bici passavano, le auto si mettevano di traverso come alle Termopili. Poi Il rudere perdeva i pezzi. Qualche mattone, una trave, una piastrella da bagno. C’è chi era stato colpito ed aveva sacramentato e le donne, se andavano a farsi una caraffa, aprivano l’ombrello. Anche se c’erano quaranta gradi all’ombra. Buttatela giù, che ci vuole? Bravi furbi, bella scoperta. Tutto il paese, con tanto di parroco, perpetua e miliziani della Pro Loco avevano già consumato le scarpe andando in Comune a chiedere pietà, vista la triste fama della “Casa degli orrori di Sant’Alessandro” che deliziava tutto il contado. Ma c’era un uomo al comando. E che Uomo! Si trattava, nientepopodimeno che di Nicolò Rasmo, il Sovrintendente alle “Belle Arti” che aveva il suo covo a Trento. Oh, sia chiaro, il Rasmo è stato studioso straordinario e persona specchiata. Ma qui si fa la cronaca di Casaprezzi o si muore. E allora... Il luminare sentenziò: “Casa Prezzi è monumento artistico. Non si tocca!”. E dire che ci stavano dei contadini e, sotto, c’erano le vacche che facevano filò nella loro bella stalla. Eh...ma la civiltà contadina. Ma porcaccia la miseria! Fu così che S. Alessandro si scoprì il Paese dei Campanelli. Un teatro a cielo aperto, stratosferico. Gli abitanti, da nonno Nesto con tutti i suoi centodue anni fino all’ultimo nato che già miagolava, si scoprirono registi e attori. E il rudere diventò gloria e leggenda. Fu battezzato, con tanto d’insegna, “Eremo San Rasmo”. Gli squarci sul davanti diventarono scenari, a più piani. Furono abbelliti da cartelli del tipo “Zimmer”, “Acqua corrente, vino no”, “Pollo allo spiedo”, "Taverna con caverna” eccetera eccetera. Furono installate delle luci che, di sera, illuminavano gli scenari. Nel piano nobile di centro, venne sistemato un letto nel quale, sotto una coperta, se ne stava sdraiato un simpatico manichino con tanto di cesso mobile. Nelle belle sere d’estate le case si svuotavano. Tutto il paese si radunava davanti al teatro “Eremo San Rasmo” per assistere alle rappresentazioni dei gasati della Pro Loco. Se qualcuno poi precipitava in un buco che si apriva nel pavimento tutti ridevano come matti e applaudivano quando lo portavano all’ospedale. Ma la star, sublime per fascino, era la capra che venne battezzata, dio perdoni quei dissacratori, “Capra Rasma”. Era apolide. Spuntava di sera, quando la folla era già scaldata. Saliva fin sulla cima del tetto. Si lisciava la barba, guardava quei mentecatti che stavano sotto e mangiava la paglia delle solette contadine. Proprio una bella sagoma la Capra Rasma! Passavano i giorni e le vittime dei crolli erano ormai da bollettino di guerra. Fu in una notte di metà agosto che si scatenò l’inferno. Si sapeva che erano quelli i giorni giusti e che, prima o poi, dal lago sarebbe arrivata la solita tromba d’aria con tempesta che scoperchiava i tetti, come poi successe, con effetti disastrosi, il 16 agosto del 1966. Lo scenario era da Inferno della Divina Commedia. Tra fulmini e tuoni, scrosci terribili di pioggia, i lampi illuminarono un manipolo di eroici paesani che, simili a diavoli scatenati, stando in piedi sulle rovine menavano picconate e mazzate come matti. Si placò la tempesta e, di buon mattino, i tecnici delle Belle Arti inviati dal Nume trentino scossero la testa di fronte al cumulo di rovine di quella che era stata l’artistica casa Prezzi, monumento della civiltà contadina. Dissero:“Peccato!”. La Capra Rasma, con la solita pagliuzza tra i denti, si lisciò la barba e sorrise. Vittorio Colombo
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