
A Mondiali giovanili di arrampicata conclusi, il vicesindaco e assessore allo Sport di Arco, Marco Piantoni, affida a una lunga riflessione il proprio bilancio della manifestazione e torna sulla decisione dell’amministrazione comunale di non partecipare alle premiazioni ufficiali, scelta che nelle ultime settimane ha alimentato un acceso dibattito politico ben oltre i confini dell’Alto Garda.
Il suo intervento si apre però lontano dalle polemiche. Prima di tutto arrivano i ringraziamenti. Alla Federazione Arrampicata Sportiva Italiana, al presidente Davide Battistella e al vicepresidente Ernesto Scarperi, alle forze dell’ordine, ai volontari, ai tecnici, agli atleti e a tutte le persone che hanno contribuito alla riuscita della rassegna iridata.
«È stato bellissimo vedere così tante ragazze e ragazzi, provenienti da tante nazionalità diverse, gareggiare nel nostro impianto e vivere il centro storico di Arco», scrive Piantoni, che rivolge un pensiero anche alle associazioni impegnate in questi giorni nelle iniziative dedicate ai diritti umani, ringraziandole per avere manifestato «con un atteggiamento costruttivo e collaborativo».
Solo dopo questa premessa il vicesindaco affronta il tema che ha segnato il dibattito pubblico. «Non potevamo girarci dall’altra parte e far finta di niente», afferma, spiegando che la mancata partecipazione alle premiazioni è stata «un gesto simbolico e circoscritto», pensato per conciliare due principi: da una parte il rispetto dovuto a una manifestazione sportiva internazionale, dall’altra la volontà di non restare indifferenti di fronte alla tragedia umanitaria che sta colpendo la popolazione palestinese.
Piantoni respinge con decisione l’accusa di avere boicottato i Campionati del mondo. «Vi sembra credibile che un evento di questa importanza si sia potuto svolgere regolarmente e serenamente con un’amministrazione locale che lo stava boicottando?», si domanda.
Per il vicesindaco, i fatti raccontano una realtà diversa. Il Comune ha concesso il patrocinio alla manifestazione, ha collaborato con gli organizzatori sotto il profilo logistico e organizzativo, ha garantito il supporto del personale comunale, della Polizia locale e dei Vigili del Fuoco e ha lavorato insieme alla Questura per assicurare il regolare svolgimento della manifestazione in un contesto particolarmente delicato.
Il cuore della riflessione riguarda però il rapporto tra sport e diritti umani. Piantoni afferma di condividere pienamente l’idea che gli atleti non abbiano responsabilità rispetto ai conflitti internazionali, ma invita ad allargare lo sguardo anche agli sportivi palestinesi «uccisi sotto le bombe o impossibilitati ad allenarsi e a lasciare i territori occupati».
Secondo il vicesindaco, difendere i valori universali dello sport significa tenere insieme due principi: garantire sempre agli atleti la possibilità di gareggiare e, allo stesso tempo, interrogarsi sull’opportunità che Stati accusati di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario siano rappresentati con la propria bandiera nelle competizioni internazionali. «Gli atleti devono poter gareggiare, ma la rappresentanza di uno Stato è un tema diverso», osserva.
Nelle conclusioni Piantoni rivendica la scelta dell’amministrazione, definendola una rinuncia consapevole «a un momento di rappresentanza molto caro a chi fa politica per visibilità mediatica», e affida ai giovani il messaggio finale del suo intervento: «Il dovere che abbiamo nei loro confronti è non chiudere gli occhi davanti a ciò che è ingiusto e criminale. Non vedere, non capire, non condannare equivale a essere complici».
(n.f.)