
Una legge nata per sostenere le piccole aziende, la filiera corta e l’agricoltura di montagna. Quasi quattro anni dopo, però, buona parte di quelle opportunità rimane ancora sulla carta. E per la consigliera provinciale del PD del Trentino Michela Calzà, già vicesindaca di Dro, il ritardo rischia ormai di diventare anche un problema ambientale e di tenuta del territorio.
Al centro della polemica c’è la legge provinciale 18 del 7 dicembre 2022, dedicata alle piccole produzioni agroalimentari di origine locale. La norma punta a valorizzare produzioni di scala ridotta, vendita diretta e filiere locali e prevede specifiche disposizioni attuative riguardanti, fra l’altro, requisiti igienico-sanitari e strutturali, modalità di vendita e formazione degli operatori.
Calzà aveva chiesto alla Giunta, con l’interrogazione n. 2010, a che punto fosse l’iter. La risposta dell’assessorato all’agricoltura, guidato da Giulia Zanotelli, richiama il mancato completamento del quadro nazionale: la stessa legge provinciale stabilisce infatti che il regolamento trentino debba essere adottato entro sei mesi dall’entrata in vigore del regolamento previsto dalla legge statale n. 30 del 2022.
Una spiegazione che per Calzà non basta. «Dopo quasi quattro anni – sostiene – dalla Giunta arrivano soltanto parole sull’agricoltura di montagna». La consigliera contesta soprattutto l’assenza, a suo giudizio, di una pressione politica efficace per superare lo stallo.
Il confronto con altri territori alimenta la critica. Il Veneto, che già disponeva di una propria esperienza sulle PPL, nel 2025 ha aggiornato la disciplina regionale, coordinandola con la normativa nazionale e ampliando anche il paniere dei prodotti ammessi. In Lombardia, disposizioni dedicate alle piccole produzioni locali sono presenti da anni nella legislazione agricola regionale.
Per Calzà il ritardo non è neutrale: penalizza soprattutto aziende giovani, piccole realtà, produzioni biologiche e attività che mantengono vivo il mosaico agricolo tradizionale.
Il riferimento va anche a Brentonico, dove è cresciuto il dibattito sull’espansione della monocoltura viticola. «Se non si sostengono concretamente le realtà più fragili – conclude Calzà – l’attenzione all’agricoltura di montagna resta soltanto uno slogan». (n.f.)