
«Quello che è accaduto a Crans-Montana non può essere archiviato come una semplice tragedia di cronaca nera». Parte da qui la riflessione Stefania Bresciani, insegnante, educatrice professionale, ma prima di tutto madre, cittadina arcense oggi consigliera comunale del Pd e vicepresidente del Consiglio comunale di Rovereto. Una riflessione che sceglie consapevolmente di andare oltre il fatto in sé per interrogare il mondo adulto, educativo e politico.
Per Bresciani, quanto successo a Crans-Montana «è un evento che ci interroga in profondità, come adulti, come educatori, come genitori e come decisori pubblici». Il punto, chiarisce, non è soltanto la dinamica dell’incidente, ma «il modo in cui le nuove generazioni sono – o non sono – preparate ad affrontare la realtà, il rischio e l’imprevisto».
A colpirla sono soprattutto le immagini circolate nelle ore successive alla tragedia. «Dai video colpisce un elemento inquietante: molti ragazzi restano immobili, osservano, riprendono con il cellulare. Esitano. Non fuggono, non reagiscono». Un comportamento che, precisa, non va letto con superficialità: «Questo non può essere liquidato con giudizi morali o accuse di leggerezza. Dal punto di vista pedagogico è il segnale di un vuoto educativo strutturale».
Bresciani richiama il concetto psicologico di freezing, la risposta neurofisiologica di blocco di fronte al pericolo, ma aggiunge un livello decisivo: «Se non si è mai stati educati all’azione, se non si sono mai interiorizzati schemi pratici su cosa fare nelle emergenze, il corpo e la mente si fermano». Per questo insiste sul fatto che «l’educazione non è solo trasmissione di conoscenze, ma costruzione di competenze operative, decisionali ed emotive».
Anche il cosiddetto “effetto branco” diventa, nelle sue parole, un campanello d’allarme. «L’imitazione dell’inazione altrui rivela un fallimento educativo profondo. Mostra la difficoltà a riconoscersi come soggetti responsabili, capaci di iniziativa autonoma». Una pedagogia che non educa al pensiero critico e alla responsabilità personale, avverte, «produce passività». E «la passività, nelle situazioni di emergenza, può essere fatale».
A tutto questo si aggiunge l’assenza di una vera cultura dell’emergenza. «Nelle scuole e nei contesti educativi si parla poco e spesso in modo formale di rischio, pericolo, panico collettivo, gestione dello stress». Le prove di evacuazione, se non accompagnate da un lavoro continuo ed esperienziale, «restano rituali vuoti». Il risultato è netto: «Senza mappe mentali pronte, il cervello va in tilt. E con lui il comportamento».
La riflessione di Bresciani, però, non è un atto d’accusa verso i ragazzi. Anzi, come ha scritto direttamente alla redazione de La Busa online, il cuore del suo intervento sta altrove: «Guarda, per me l’importante è che emerga che bisogna aiutare questi ragazzi». Un passaggio chiave, che chiarisce il senso del suo lungo ragionamento: non colpevolizzare, ma assumersi una responsabilità adulta e collettiva.
Da qui il richiamo esplicito alla dimensione politica. «La responsabilità educativa – e politica – è diretta», scrive. «Educare significa preparare alla vita, anche nelle sue forme più dure». Allenare la gestione dello stress, l’autoregolazione emotiva e la capacità di agire rapidamente «non è un lusso teorico: è prevenzione, è tutela, è giustizia educativa».
Il suo intervento si chiude con una doppia prospettiva, personale e istituzionale. «Da genitore, questa tragedia lascia una domanda che fa male: stiamo davvero dando ai nostri figli gli strumenti per salvarsi?». E da amministratrice pubblica, la risposta non può limitarsi al cordoglio: «Non può essere il silenzio o il rito. Serve un impegno serio per rimettere al centro una pedagogia dell’emergenza».
Perché, conclude, «Crans-Montana ci chiede di andare oltre il dolore. Ci chiede di ripensare cosa e come educhiamo». Per rispetto delle vittime, ma soprattutto «per non consegnare ai prossimi ragazzi un mondo in cui sanno filmare tutto, ma non sanno ancora salvarsi».
(n.f.)