
“A malincuore, perché non è più soddisfacente come all’inizio”. Basta questa frase per capire tutto. Matteo e Simone Detoni, figli di Maurizio, storico nome della gioielleria gardesana, chiuderanno il negozio di via Segantini, nel “salotto buono” di Arco, dopo quasi quindici anni di attività. Verso fine aprile la serranda si abbasserà definitivamente. Destinazione: Riva del Garda, via Fiume, “nella centralissima via, davanti al pozzo”. Una decisione maturata in fretta – “ci abbiamo pensato 24 ore”, spiega la famiglia Detoni alla redazione de La Busa online – ma costruita negli anni. “Purtroppo i tempi sono cambiati”.
“Il commercio si è ristretto”: il nodo Arco
Il cuore del problema sta tutto qui, nelle parole di Matteo, Simone e papà Maurizio: “Lo sviluppo del tessuto economico del centro storico di Arco non è andato nella direzione che noi auspicavamo… si è concentrato solo ed esclusivamente su una tipologia di mercato”.
Tradotto: outdoor, climbing, sport. “Basta guardare anche gli studi di settore… il commercio si è ristretto solo al mercato sportivo”. Un’analisi lucida, che trova riscontro anche nell’evoluzione degli ultimi anni: Arco sempre più capitale dell’arrampicata, sempre meno piazza commerciale diversificata. E così, mentre crescono i negozi tecnici, si assottiglia tutto il resto.
Quindici anni, poi il cambio di rotta
“A ottobre sarebbero stati 15 anni”. E all’inizio, raccontano, era tutta un’altra storia.
“I primi sette/otto anni abbiamo lavorato in maniera eccezionale con la comunità di Arco, che ci ha regalato grandi soddisfazioni personali ed economiche… eravamo davvero molto contenti”.
Poi qualcosa si rompe. Indissolubilmente. Come un bel vaso di cristallo.
“Abbiamo provato a trovare una soluzione, a cambiare tipologia di offerta, a rimodulare gli spazi nel negozio… ma sono stati sforzi inutili… non c’era ritorno economico”.
“Cinque chilometri, ma un altro mondo”
Il confronto con Riva del Garda è inevitabile. E impietoso. “Vai al lavoro con un altro entusiasmo… con la voglia di trovare nuovi prodotti”. Lì, raccontano, “è difficile ma ci sono segni verdi, sorrisi, soddisfazioni”.
Qui, nel centro storico di Arco, purtroppo no.
“Cinque chilometri, solo cinque… sembra un altro emisfero… ma una clientela turistica completamente differente”.
A Riva: turismo strutturato, clientela più aperta a varie tipologie e con altra capacità di spesa.
Ad Arco invece impera “un turismo del mordi e fuggi, sportivo, votato all’outdoor…”
Non è una critica, è una fotografia. A colori, molto vividi. “Non è colpa dell’amministrazione, sia ben inteso… ma di una serie di eventi che hanno dato un certo indirizzo alla città”.
Una città che si è “standardizzata”
Il termine che usano è netto: “Arco si è standardizzata su una tipologia di gente”.
E le conseguenze si vedono tutte nel commercio. “In tantissimi ci hanno già chiamato… tutti ci hanno detto: avete fatto bene”. Un coro silenzioso, ma significativo.
Nel frattempo, mentre Detoni chiude, si parla già dell’apertura di un nuovo negozio legato all’arrampicata. Un altro tassello nello stesso mosaico.
Arco: turismo forte, ma poco impatto sul commercio di qualità. Un paradosso, appunto.
“Arco ha enormi potenzialità”
Eppure, non è un addio polemico. Anzi. “Possiamo solo ringraziare i clienti di Arco… sono stati eccezionali”. E ancora: “Ci siamo trovati benissimo con la città”. Ma il rammarico resta: “È una sconfitta personale… perché in quel progetto ci credevamo tantissimo”. Anche perché le idee non mancano. “Pensare a come è strutturato il centro storico… una passeggiata unica”.
Poi l’affondo, costruttivo: “Serve più investimento anche su Palazzo Panni… meraviglioso edificio, deve essere più pulsante… più iniziative, più arte”. Perché il meccanismo è semplice: “La gente si muove anche per l’arte… da cosa nasce cosa… si riempiono i ristoranti, dormono negli alberghi, spendono nei negozi”.
Due modelli, una scelta implicita
Alla fine, la sensazione è chiara. Riva prova a crescere, investe, diversifica. Arco si specializza, ma si restringe nell’offerta. Ed è evidente soprattutto nel “salotto buono”.
E quando il commercio perde varietà, perde anche equilibrio. La chiusura della gioielleria Detoni non è solo una storia personale. È un segnale. Uno di quelli che, forse, vale la pena ascoltare.
Nicola Filippi

