Articolo pubblicato il: 21/08/2026 alle 19:30
La Busa - Bandiera palestinese sullo Stivo, voce ai lettori: «Il rifugio non è uno spazio privato»
Posted By Redazione
Categoria: Attualità, Notizie

 

La vicenda della bandiera palestinese esposta al rifugio «Prospero Marchetti» sul monte Stivo continua a suscitare reazioni. Dopo la richiesta della SAT al gestore Alberto Bighellini di rimuoverla e la decisione di quest’ultimo di mantenerla, la Società degli Alpinisti Tridentini è tornata sull’argomento chiarendo la propria posizione.

 

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Il dibattito non si è fermato. In redazione sono giunte anche lettere di lettori che si schierano, con motivazioni e toni differenti, a favore della posizione assunta dalla SAT. Ne riportiamo alcuni passaggi significativi.
Pietro: «Perché non esporre anche le bandiere degli altri popoli oppressi?»
Pietro Operti esprime «solidarietà, supporto e consenso alla richiesta della SAT di rimozione della bandiera palestinese», dichiarando di condividere le motivazioni dell’associazione. Il punto centrale della sua lettera riguarda proprio la natura del rifugio: «Il rifugio è uno spazio pubblico e non privato, a casa sua il gestore può esporre tutte le bandiere che vuole, al rifugio no».
Il lettore pone quindi una questione più generale: se il criterio è quello della solidarietà nei confronti delle popolazioni vittime di guerre, persecuzioni e violenze, perché scegliere una sola bandiera? «Perché non esporre la bandiera armena? Ucraina? Quella degli Uiguri, dei Rohingya, degli Yazidi o una a caso dei tanti popoli oppressi da dittature o aggrediti da Paesi terzi?».
Pietro conclude con una provocazione: se la SAT non riuscisse a ottenere la rimozione della bandiera palestinese, allora si dovrebbero esporre anche quelle di altre popolazioni che vivono situazioni drammatiche, con il risultato che «più che un rifugio sembrerà una sede distaccata dell’ONU».
Remo: «La politica non dovrebbe arrivare anche nei rifugi»
Sulla stessa vicenda interviene Remo Farina di Rovereto, che precisa di non essere mai stato al rifugio sul monte Stivo ma di seguire da tempo il caso.
La sua posizione parte dall’idea di ciò che dovrebbe rappresentare un rifugio alpino. Farina considera «inopportuno» trovare esposto un simbolo che, a suo giudizio, introduce inevitabilmente nel rifugio una questione politica. «Portiamo una certa politica pure in cima alle montagne?», domanda.
Anche Farina insiste sulla distinzione tra il ruolo del gestore e quello del proprietario della struttura: «Il gestore di questo rifugio è appunto il gestore, non il proprietario del rifugio». A suo parere è legittimo che ciascuno abbia proprie convinzioni politiche e personali, ma altra cosa è manifestarle attraverso simboli esposti in un luogo che appartiene a un’associazione e che viene frequentato da persone con sensibilità diverse.
«Capisco e condivido che ognuno abbia le proprie idee politiche – scrive – ma esibirle pubblicamente in un luogo che dovrebbe essere di tranquillità come i rifugi alpini mi sembra inopportuno».
Farina usa poi toni decisamente più duri quando contesta quella che considera una forma di solidarietà soltanto simbolica, invitando provocatoriamente chi vuole aiutare la popolazione palestinese a farlo attraverso iniziative concrete.
La conclusione torna invece sul significato e sull’identità del rifugio alpino. Da cittadino trentino, Farina sostiene che sarebbe più appropriato che chi raggiunge il Marchetti trovasse «sventolare la bandiera italiana unitamente a quella della SAT».
Le due lettere aggiungono così altre voci a un confronto che, partito da una bandiera esposta a oltre duemila metri di quota, ha finito per porre una questione più ampia: fino a che punto un gestore può esprimere attraverso un rifugio le proprie convinzioni e sensibilità personali? È esattamente su questo confine che la SAT ha costruito la propria posizione, mentre il gestore del Marchetti rivendica il carattere umanitario, e non politico, del proprio gesto.

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