
Dopo oltre cinquant’anni di silenzio, le acque del lago di Garda potrebbero restituire una risposta a una delle vicende più dolorose della cronaca locale. Nella mattinata di venerdì 6 marzo, davanti alla costa del Corno di Bò, nel territorio comunale di Nago-Torbole, sono iniziate le operazioni per recuperare alcuni resti umani individuati sul fondale del lago e ritenuti di Sergio Tamburini, l’autista di camion arcense scomparso nel 1973 dopo essere precipitato in acqua con il suo mezzo.
Il punto dell’intervento è stato individuato grazie a un avvistamento casuale da parte di un sommozzatore che durante un’immersione ha notato la presenza di ossa e del relitto di un mezzo pesante. Le successive verifiche delle forze dell’ordine hanno permesso di collegare il ritrovamento con il drammatico incidente avvenuto la sera del 26 maggio 1973 lungo la Gardesana orientale.
Quella notte un camion della ditta Arcese, carico di fertilizzante, percorreva la statale in direzione di Torbole. Nel tratto compreso tra le gallerie del Salto della Capra e del Corno di Bò il mezzo si trovò davanti a un’auto ferma per mancanza di carburante. Nel tentativo di evitarla, il camion si trovò improvvisamente di fronte un’altra vettura proveniente dal senso opposto. Lo scontro fu inevitabile. L’automobilista Bortolo Giancarlo Lombardi morì sul colpo, mentre il camion sfondò il parapetto precipitando nel lago con due persone a bordo.
Le ricerche subacquee, avviate nei giorni successivi, consentirono di recuperare il corpo di Egidio Ducati Carloni, trentenne di Riva del Garda. Dell’autista Sergio Tamburini, originario di Arco, non fu invece mai trovata alcuna traccia. Il lago, in quel tratto, scende rapidamente a profondità molto elevate e le tecnologie disponibili all’epoca non permisero di esplorare i fondali più estremi.
L’operazione in corso è coordinata dal nucleo sommozzatori dei vigili del fuoco di Salò con il supporto della motovedetta della Polizia e della locale Stazione dei Carabinieri. La prima fase ha previsto la localizzazione del relitto mediante sonar. Una volta individuato il punto esatto, è stato calato in acqua un robot filoguidato che sta operando a circa novanta metri di profondità per individuare e recuperare i resti segnalati.
Secondo le prime informazioni si tratterebbe di pochi elementi ossei, tra cui una clavicola e parte del bacino. Una volta riportati in superficie, saranno affidati agli specialisti per accertare che appartengano effettivamente a un essere umano e per stabilirne l’identità attraverso eventuali analisi genetiche.
Per la famiglia Tamburini si tratta di un passaggio atteso da oltre mezzo secolo. All’epoca dell’incidente il camionista lasciò tre figli ancora piccoli: la maggiore aveva appena undici anni.
Il recupero dei resti potrebbe finalmente consentire di chiudere una vicenda rimasta sospesa per generazioni, restituendo alla famiglia un luogo e un momento per ricordare il proprio caro. Nel frattempo i parenti sono stati informati delle operazioni in corso e attendono l’esito delle verifiche scientifiche che dovranno confermare l’identità delle ossa ritrovate sul fondo del Garda.
