
Controlli realmente efficaci. Tracciabilità certa degli animali. E sanzioni davvero dissuasive contro il bracconaggio. Sono questi i temi al centro dell’interrogazione depositata dalla consigliera provinciale del Partito Democratico Michela Calzà, rappresentante politica dell’Alto Garda e Ledro presente sui banchi dell’opposizione in Consiglio provinciale di Trento.
Nel mirino della consigliera finiscono le recenti modifiche introdotte dalla Provincia autonoma di Trento sulla disciplina dei richiami vivi utilizzati nell’attività venatoria. Un tema delicato, che intreccia normativa europea, tutela della fauna selvatica e contrasto al traffico illegale di uccelli.
Calzà chiede alla Giunta provinciale di chiarire se le nuove norme garantiscano davvero quelle “condizioni rigidamente controllate” richieste dalla direttiva europea sulla conservazione degli uccelli selvatici.
La normativa comunitaria vieta infatti, salvo deroghe specifiche, la cattura e l’utilizzo di uccelli selvatici come richiami vivi. In Italia il recepimento è avvenuto con la legge 157 del 1992, che demanda a Regioni e Province autonome le regole tecniche sull’identificazione degli esemplari attraverso anelli inamovibili.
“Secondo le indicazioni tecniche di ISPRA – sottolinea Calzà – gli uccelli nati in cattività devono essere marcati con anelli chiusi applicati quando sono ancora pulli, così da garantirne l’inalterabilità e la tracciabilità dell’origine”.
L’esponente dem evidenzia come le modifiche inserite nella legge di bilancio provinciale 2025 non abbiano avuto, a suo dire, un adeguato approfondimento pubblico e tecnico, nonostante la delicatezza della materia.
L’interrogazione affronta anche un altro nodo particolarmente sensibile: il traffico illegale di pulli sottratti dai nidi. Negli anni scorsi anche in Trentino il Corpo forestale provinciale aveva infatti condotto operazioni antibracconaggio legate al prelievo illecito di specie come tordo bottaccio, cesena e merlo.
Un fenomeno che, secondo Calzà, rischia di alimentare un mercato clandestino molto redditizio.
Nel documento viene ricordato anche un comunicato ufficiale della Provincia del 2019, nel quale si evidenziava come un singolo esemplare maschio di tordo potesse raggiungere valori di mercato tra i 700 e gli 800 euro.
Da qui la richiesta di capire se le nuove sanzioni introdotte dalla normativa provinciale siano realmente efficaci. “Credo che multe comprese tra 30 e 180 euro per esemplare non siano realmente dissuasive”, conclude la consigliera.
L’interrogazione chiede inoltre se sia stato coinvolto ISPRA nella stesura delle nuove norme, se esista una banca dati provinciale aggiornata per tracciare gli esemplari detenuti e quali attività di sorveglianza siano state rafforzate sul territorio contro il fenomeno del bracconaggio. (n.f.)