Si è tenuta giovedì 3 aprile a Palazzo Trentini a Trento, sede del Consiglio Provinciale, l’audizione pubblica dei proponenti del disegno di legge d’iniziativa popolare n. 41 “Modificazioni dell’articolo 5 della Legge provinciale sulle scuole dell’infanzia 1977” sulla cancellazione dell’apertura a luglio delle scuole dell’infanzia. Il presidente del Consiglio Provinciale ha portato il suo saluto, ricordando che il testo è attualmente all’esame della V Commissione consiliare insieme al ddl 20 al ddl 32.
A introdurre il pomeriggio Francesca Lupi, prima firmataria del Ddl.41 che, entrando nel merito, ha voluto ricordare lo strumento democratico dell’audizione pubblica in applicazione dell’articolo 19 bis della legge provinciale sui referendum: “Spero che questa audizione possa offrire il proprio contributo – ha affermato – affinché le scelte possano essere il più possibile indirizzate al bene di chi la scuola la vive da dentro, quotidianamente, come bambini, docenti ed operatori”.
Ad intervenire alcuni membri del comitato: Lorenzo Varaldo, dirigente dell’Istituto comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino e fondatore del Manifesto dei 500 per la difesa della scuola pubblica; le insegnanti della scuola dell’infanzia Donatella Martini, Elena Scartezzini, Alice Daldosso e della scuola primaria Gaja Rossi.
Il valore della scuola dell’infanzia di fronte alle tendenze e alle esigenze immediate delle famiglie
Lorenzo Varaldo ha ripercorso le tappe della scuola dell’infanzia, partita come asilo, poi diventata scuola materna e oggi, appunto, scuola dell’infanzia.
Donatella Martini si è soffermata sulla scuola dell’infanzia intesa come “spazio educativo e non come servizio di conciliazione”. “Quello della scuola dell’Infanzia – ha rilevato Martini – è il primo gradino di un lungo percorso educativo che ha tra i suoi obbiettivi quello di collaborare alla formazione dei cittadini di domani, in grado di pensare e agire con spirito critico. Martini ha messo in evidenza la relazione scuola-famiglia. “Rispondere ai bisogni delle famiglie, allungando il percorso scolastico e sottraendo la possibilità di attività conciliative più adeguate e rispettose dei bisogni reali dei bambini, non è stata la migliore tra le scelte possibili”. Per Martini si devono trovare risorse per offerte formative capaci di rispondere alle necessità delle famiglie lavoratrici nel rispetto dei bisogni e diritti del bambino. “Dopo un percorso di scuola di dieci mesi – ha proseguito l’insegnante – non possiamo pensare che l’unica opzione da offrire nel tempo estivo, sia quella che vede il/la bambino/a nello stesso edificio scolastico. In questo scenario di un’identità scolastica sempre più assistenziale, quella che sta rischiando di scomparire è la scuola come luogo educativo per eccellenza, scalzata da un modello apparentemente più adatto, sicuramente più coerente per i nostri tempi: la scuola azienda”.
“È ormai evidente – ha detto Scartezzini – che la qualità dell’insegnamento e il benessere degli insegnanti sono strettamente interconnessi. Un insegnante supportato, valorizzato e in equilibrio è in grado di creare un ambiente di apprendimento positivo e stimolante per i propri alunni. Tuttavia, la complessità emotiva del lavoro educativo, le molteplici relazioni con genitori, colleghi e alunni e le sfide quotidiane richiedono un enorme dispendio di energie fisiche e psicologiche. In particolare, gli insegnanti della scuola dell’infanzia sono particolarmente esposti al rischio di stress e burnout”. L’insegnante ha messo in evidenza un servizio, quello dell’insegnamento, spostato verso un aspetto conciliativo e non educativo. “Lavorare con 25 bambini per 11 mesi è palesemente un lavoro dispendioso. Pertanto, è essenziale che gli insegnanti abbiano la possibilità di rigenerare le proprie energie, attraverso periodi di riposo adeguati. Il riposo estivo è una necessità per prevenire il burnout e garantire un ambiente di apprendimento di qualità. Allo stesso modo, è fondamentale che anche i bambini abbiano il tempo necessario per ristabilire il proprio equilibrio emotivo”.
A scattare la fotografia professionale ed economica degli insegnanti nella scuola dell’infanzia trentina è stata Alice Daldosso. L’insegnante ha voluto affrontare il tema dell’importanza che riveste la scuola dell’infanzia nella costruzione della società del domani affrontando una criticità che da qualche anno si registra nelle scuole dell’infanzia. “Insegnare nella scuola dell’infanzia sta diventando sempre meno attrattivo e molte insegnanti riconsiderano la possibilità di virare il percorso professionale sulla scuola primaria o nelle scuole dell’infanzia fuori provincia – ha spiegato Daldosso -. A questa scelta concorrono diversi fattori, tra questi un diverso trattamento tra insegnanti della scuola dell’infanzia e insegnanti della scuola primaria, il precariato storico, la ricostruzione della carriera”.
Eppure competenze e qualifiche non mancano: per poter lavorare come insegnanti nelle scuole dell’infanzia è necessario possedere un laurea specifica, adempiere a un percorso di studi che fornisce competenze in ambito psico-pedagogico e didattico, effettuare un tirocinio di quattro anni. “Da qualche anno – ha evidenziato Daldosso – per tamponare la scarsità di insegnanti/supplenti, la Provincia ha concesso a persone non aventi i titoli abilitanti all’insegnamento nelle scuole dell’infanzia di potervi accedere per sostituzioni del personale, reclutandole nella categoria “senza titoli”. Non si tratta di ritenere un percorso di studi migliore di altri, semplicemente sono percorsi diversi che formano figure professionali specifiche e per questo non intercambiabili”.