
Nel territorio dell’Alto Garda e Ledro, un’area che conta circa 50 mila residenti e una forte presenza giovanile, il tema del divertimento serale torna ciclicamente al centro del dibattito pubblico. Negli ultimi anni, infatti, il panorama dei locali notturni ha subito una progressiva contrazione, modificando abitudini e dinamiche sociali.
Se un tempo il lungolago tra Riva del Garda e Torbole offriva diverse opportunità di svago serale, oggi la situazione appare radicalmente cambiata: molte realtà storiche hanno chiuso o riconvertito l’attività, lasciando sul territorio un’unica discoteca di riferimento, situata a San Giorgio di Arco.
Uno scenario che ha alimentato una percezione diffusa tra i giovani: per trovare occasioni di aggregazione e intrattenimento, spesso è necessario spostarsi verso altre zone, con trasferte serali che diventano quasi una “migrazione del divertimento”. Più di un anno fa, La Busa ne aveva ampiamente discusso con Gianluca Di Cosmo, ideatore di “Sideout”, organizzazione eventi all’insegna della buona musica.
Il disagio dei giovani e il nodo della convivenza
La questione non riguarda solo l’offerta commerciale, ma investe temi più ampi: socialità, sicurezza, vivibilità urbana e convivenza con i residenti. Divertirsi senza arrecare disturbo è diventato un equilibrio sempre più delicato.
Da una parte emergono le esigenze dei giovani, che lamentano la mancanza di spazi dedicati; dall’altra, le preoccupazioni di chi vive nei centri abitati e chiede tutela del riposo notturno. In mezzo, normative stringenti, costi di gestione elevati e rischi imprenditoriali che scoraggiano nuove aperture.
Il risultato è un territorio dove la vita notturna strutturata fatica a trovare una propria dimensione stabile.
La proposta di Davide “Dave” Michelotti
A riaccendere la discussione è stato Davide “Dave” Michelotti, ideatore del movimento civico XArco, che attraverso un intervento pubblico ha lanciato una proposta destinata a far discutere.
L’idea parte da un presupposto semplice: creare uno spazio dedicato alla movida, lontano dalle aree residenziali, dove concentrare le attività notturne.
«Immaginate un capannone, lontano dal centro abitativo, dove i locali possono avere la loro “casetta” e continuare a far festa fino alle 02:00, con musica e divertimento».
La proposta ipotizza un modello già adottato in alcune città italiane: mantenere i normali orari dei bar e prevedere poi uno spostamento verso un’area specifica, ad esempio nella zona industriale, pensata per ospitare eventi e musica senza interferire con la quiete pubblica. «Così possiamo rispettare i residenti e creare un ambiente di festa vivace e coinvolgente».
Non una nuova discoteca in senso tradizionale, ma una possibile riorganizzazione territoriale del divertimento.
Un dibattito che riflette criticità diffuse
Le reazioni non si sono fatte attendere e fotografano bene le difficoltà del settore. Tra i commenti emergono temi ricorrenti: regole rigide, costi SIAE, responsabilità dei gestori e sostenibilità economica. C’è chi sottolinea come oggi aprire un locale notturno sia un’impresa complessa, tra adempimenti burocratici e rischi legati alla sicurezza. Altri sollevano interrogativi pratici, come la gestione dell’inquinamento acustico anche in aree decentrate.
Michelotti, dal canto suo, richiama esempi già esistenti: «In molte città italiane lo fanno». E introduce un ulteriore elemento di riflessione, legato alla vocazione turistica del territorio:
«Il problema della Busa sono albergatori che hanno investito su un turismo anziano».
Una considerazione che apre un tema più ampio: quale modello di territorio e di offerta turistica si intende perseguire nel medio-lungo periodo.
Giovani, spazi e identità del territorio
La questione della movida non è solo economica o amministrativa. Riguarda la capacità di un territorio di offrire occasioni di aggregazione, evitando che intere fasce di popolazione percepiscano una carenza di opportunità sociali.
In molte realtà italiane ed europee il tema viene affrontato attraverso aree dedicate agli eventi, politiche di mitigazione acustica, programmazione condivisa tra enti, gestori e residenti, diversificazione dell’offerta culturale e musicale.
L’Alto Garda e Ledro si trova oggi davanti a un interrogativo simile: come conciliare vivibilità, turismo e bisogni delle nuove generazioni.
Una riflessione aperta
La proposta lanciata da Michelotti non rappresenta una soluzione immediata, ma ha il merito di riportare al centro un tema spesso presente nelle conversazioni informali ma meno nel dibattito pubblico strutturato. Il punto non è soltanto dove e come fare festa, ma che tipo di spazi di socialità una comunità intende garantire ai propri giovani.
Perché il rischio, altrimenti, è che il divertimento diventi sinonimo di spostamento, e che il territorio perda progressivamente una parte della propria vitalità sociale. (n.f.)