
Per più di cinquant’anni, il lago di Garda ha custodito una delle vicende più enigmatiche della cronaca gardesana. Oggi, il ritrovamento di alcune ossa umane a circa cento metri di profondità, nel punto esatto in cui un camion precipitò nelle acque del Garda nella primavera del 1973, riporta alla luce una storia che sembrava destinata a restare senza epilogo.
Il rinvenimento, avvenuto nei giorni scorsi grazie all’immersione di un sommozzatore proveniente da fuori provincia, riaccende i riflettori su un incidente che segnò profondamente la comunità locale. I resti saranno ora oggetto di recupero e di analisi genetiche, passaggio necessario per confermarne l’identità e chiudere, almeno sul piano formale, una ferita rimasta aperta per decenni.
L’incidente del 1973
La sera del 26 maggio 1973, poco prima delle 23, un camion della ditta Arcese stava percorrendo la Gardesana in direzione Torbole. Nel tratto compreso tra le gallerie del Salto della Capra e del Corno di Bò, il mezzo pesante si trovò improvvisamente davanti a un’auto ferma a bordo strada, rimasta senza carburante. Nel tentativo di superarla, il camion si trovò di fronte un’ulteriore vettura proveniente dalla direzione opposta. L’impatto fu inevitabile.
Ad avere la peggio fu il conducente dell’utilitaria, Bortolo Giancarlo Lombardi, che perse la vita sul colpo. Il camion, carico di concime, sfondò il guardrail e precipitò nel lago, trascinando con sé i due occupanti.
Le ricerche e il mistero
Nei giorni immediatamente successivi si attivò una mobilitazione imponente. Proprio in quel periodo era nato il nucleo sommozzatori dei vigili del fuoco di Torbole, affiancato da specialisti dell’Arma. Le operazioni subacquee portarono al recupero del corpo di Egidio Ducati Carloni, trentenne di Riva del Garda, individuato a circa quaranta metri di profondità.
Diversa sorte toccò invece all’autista del camion, Sergio Tamburini, originario di Arco. Nonostante immersioni ripetute e perlustrazioni metodiche, del suo corpo non emerse alcuna traccia. Il lago, in quel tratto, presenta fondali che sprofondano rapidamente verso quote estreme, condizione che rese le ricerche particolarmente complesse già con le tecnologie dell’epoca.
Nel tempo furono tentate diverse strade. Dalle immersioni tradizionali all’impiego di una telecamera subacquea calata in profondità, fino a più recenti esplorazioni con mezzi robotizzati. Ogni tentativo si concluse senza risultati, alimentando un enigma destinato a sedimentarsi nella memoria collettiva.
La svolta dopo mezzo secolo
Il recente ritrovamento modifica ora lo scenario. Le ossa sono state individuate nella stessa area dell’incidente, a una profondità prossima ai cento metri. Un dato che suggerisce come il corpo possa essere rimasto per decenni in una zona difficilmente accessibile, al di sotto delle quote operative delle prime squadre di soccorso.
Il prossimo passo sarà il recupero dei resti, seguito dall’esame del Dna, unico strumento in grado di stabilire con certezza l’identità. Un percorso che unisce scienza e memoria, tecnica e storia.
Una vicenda che attraversa le generazioni
Quella di Tamburini non è solo una storia di cronaca, ma un frammento di identità locale. Per anni il suo nome è rimasto legato a una delle pagine più drammatiche della Gardesana, strada iconica e insieme insidiosa, sospesa tra roccia e acqua.
Il lago di Garda, ancora una volta, si conferma archivio silenzioso di vicende umane. E mentre la tecnologia moderna consente di esplorare profondità un tempo proibitive, riaffiora anche il senso di una comunità che non ha mai smesso di ricordare. Dopo oltre mezzo secolo, il tempo sembra finalmente avvicinarsi a una risposta attesa da generazioni.