
Si conquistò una triste fama e divenne noto come il “Corvo”. Il telefono squillava nel cuore della notte. “Stradale di Trento – annunciava una voce dal tono mesto – Signor Rossi? Mi spiace informarLa che Suo figlio è deceduto in un incidente stradale”. L’annuncio, terribile, poteva riguardare, a seconda di chi rispondeva, la morte di genitori o di parenti stretti. Chi telefonava, con ogni probabilità, si era informato della assenza da casa di una persona cara. Poi, di preferenza, venivano scelte famiglie con figli lontani. Il Corvo fece telefonate a Riva e ad Arco nella notte tra l’8 e il 9 del gennaio 1970. In molti casi ci furono conseguenze gravissime, con persone per lo più anziane che dovettero essere ricoverate all’ospedale. Ne fecero le spese in molti. Tra questi l’enologo dell’Agraria di Riva Emanuele Martinelli. Gli venne comunicato che il figlio, che era all’Istituto Agrario di San Michele, era rimasto gravemente ferito sulla strada. Telefonate concitate del Martinelli con parenti di Verona, che partirono subito con ritrovo, poche ore dopo, all’Ospedale di Trento, dove il padre e i parenti affrontarono un calvario di inutili verifiche.
Al proprietario di un noto dancing il Corvo, spacciandosi per un agente, comunicò telefonicamente che un nipote era morto assieme al compagno in un incidente. Si radunarono nella notte familiari e parenti e si decise, in preda allo sconforto, di telefonare per dare la terribile notizia alla moglie della vittima. Al telefono, però, per fortuna rispose proprio il giovane dato per morto. Sentendo la sua voce, la sorella incaricata della telefonata venne colta da collasso e gli altri parenti non la smettevano più di piangere.
In quella notte vennero colpite da simili telefonate ben tredici famiglie, tra le quali due di noti costruttori rivani. Ad uno venne detto che un suo fratello era morto in un incidente nei pressi di Varone. Usava, il disgraziato, dei trucchi per evitare verifiche. Il Corvo invitava le sue vittime a recarsi, il più presto possibile, alla Stradale di Trento. Venne preso di mira anche Renato Dionisi, allora in auge come giovane campione di salto con l’asta. Anche il suo caso finì sui giornali e, sollecitato, oggi così racconta: “Pensava che fossi via per gare. Lo squillo alle quattro di notte: Casa Dionisi? Parla la Stradale di Trento, mi duole informarLa che Suo figlio Renato ha perso la vita in un incidente stradale”. Il Corvo pensava che a rispondere fosse il papà del campione. Renato rispose pronto: “C’è un errore, sono io Renato”. Dall’altro capo si improvvisò: “Ma come? Abbiamo la Sua patente recuperata sul luogo dell’incidente”. Renato di rimando: “Ho qui con me la mia patente”. La replica arrivò così: “È una cosa grave che va chiarita. Venga domani mattina da noi a Trento”. Successe tutto quella notte e, dunque, l’allarme non c’era ancora. Renato, nell’impossibilità di una verifica da lontano, nonostante un braccio ingessato, prese la mattina successiva la corriera e, dopo un viaggio problematico per la forte nevicava, arrivò a Trento dove si verificò quanto era davvero successo. Altri, come detto, non se la cavarono così, ma affrontarono drammi e dolori. Ci furono indagini serrate, ma il Corvo non fu mai scoperto. L’augurio è che un’altra giustizia, ben superiore a quella umana, gli abbia riservato il castigo che merita.
Vittorio Colombo