
A distanza di circa quarant’anni gli archeologi tornano a scavare nella torbiera di Carera, nell’area delle palafitte di Fiavé, uno dei più importanti siti preistorici dell’arco alpino e parte del Patrimonio Mondiale UNESCO. Le nuove ricerche, coordinate dall’Ufficio beni archeologici della Soprintendenza per i beni culturali della Provincia autonoma di Trento, sono iniziate con l’apertura di un saggio stratigrafico di circa 12 metri quadrati.
Non sarà un grande scavo estensivo come quelli che nel secolo scorso portarono alla luce gli spettacolari campi di pali dell’età del Bronzo. L’intervento viene definito dagli stessi archeologi quasi “laparoscopico”: un’indagine circoscritta, destinata però a raccogliere informazioni preziose sulle fasi più antiche dell’insediamento e sullo stato di conservazione dei reperti rimasti nella torbiera.
Fiavé rappresenta infatti un caso archeologico eccezionale. Gli scavi condotti da Renato Perini tra gli anni Sessanta e Novanta del Novecento hanno documentato una frequentazione umana che va dal Neolitico fino all’età del Bronzo recente, dalla prima metà del IV millennio a.C. al XIII secolo a.C. circa. L’ambiente umido e torboso ha consentito la conservazione non soltanto delle strutture lignee, ma anche di materiali organici normalmente destinati a scomparire, come semi, frutti e altri resti vegetali. Una sorta di archivio naturale capace di restituire aspetti della vita quotidiana di migliaia di anni fa.
La nuova campagna si concentra in particolare sulla cosiddetta “fase Fiavé 1”, risalente al Neolitico tardo e ancora poco conosciuta. Il sondaggio avviato da Perini nel settore IX della zona 1 sarà ampliato verso sud, a circa 40 metri dall’attuale area archeologica. L’obiettivo è comprendere meglio come fosse organizzato il primo villaggio stabile sorto su quella che viene chiamata “isoletta”, un lembo di terra che nel IV millennio a.C. emergeva dalle acque dell’antico lago Carera.
Gran parte delle tracce di questo insediamento più antico venne successivamente alterata o distrutta dalle costruzioni realizzate nell’area durante il II millennio a.C. Prima di raggiungere i livelli neolitici, gli archeologi incontreranno inoltre quelli della “fase Fiavé 2”, riferibile all’antica età del Bronzo e anch’essa ancora poco documentata.
Le indagini serviranno anche a verificare le condizioni del deposito archeologico e, soprattutto, delle strutture lignee conservate nel terreno, così da valutare eventuali interventi contro il loro degrado. Rispetto alle ricerche di quarant’anni fa, gli studiosi possono inoltre contare sulle possibilità offerte oggi dall’archeometria e dalla bioarcheologia, capaci di ricavare nuove informazioni anche da reperti apparentemente minimi.
La ripresa degli scavi rappresenta quindi anche la continuazione ideale del lavoro di Renato Perini: tornare nei livelli più antichi di Fiavé con strumenti scientifici nuovi per capire come nacque e si sviluppò uno dei più straordinari insediamenti preistorici delle Alpi.
La ricerca sarà accompagnata da iniziative aperte al pubblico. Venerdì 21 agosto, in occasione della Giornata Internazionale del Patrimonio Subacqueo, alle 15.30 è prevista una visita guidata gratuita all’area archeologica e al nuovo scavo; alle 17, al Parco Archeo Natura, seguirà l’iniziativa “Frammenti d’acqua”



