Articolo pubblicato il: 25/01/2026 alle 12:00
La Busa - Mario di Riva, “Figlio di N.N.”: infanzia dolorosa e dignità conquistata
Posted By Redazione
Categoria: Amarcord, Notizie

Ricevo una lettera da Mario da Lugano. La lettera è accompagnata da un piccolo libro. Il titolo è di quelli che ti colpiscono: “Figlio di N. N. Racconti di gioventù”. Il libretto di Mario Morandi è un’operazione di catarsi, di elaborazione dei dolori e delle umiliazioni che hanno segnato un’infanzia rivana tristissima. Lo leggo con turbamento ma anche come testimonianza di un percorso che, da doloroso, può portare a una rinascita, a trovare, usciti dal tunnel, una luce riparatrice, di piena dignità. Quella luce, alla fine conquistata, che porta Mario, classe 1946, a considerare, nella parte conclusiva del libretto, che in fondo non c’è un destino di predestinati alla sofferenza: la vita può cambiare. Lasciata la Riva dell’infelicità giovanile, ecco il Mario per decenni editore di fortunate riviste in quel di Lugano, oggi pensionato con il benessere e i suoi affetti: una moglie e due figli grandi.
Ma siamo ai decenni “svizzeri” e ai giorni nostri. La dimensione della sofferenza appartiene a un passato che fa parte della sua storia e che non può essere rimosso. Mario compie un viaggio a ritroso, fino a ripercorrere scenari della sua infanzia destinati a rimanere nel suo animo come ferite. La sua “colpa”, evidentemente imperdonabile mezzo secolo fa nella nostra società, era quella di non avere un padre. La mamma Carla che doveva, per necessità, lavorare a Madonna di Campiglio, rispondeva alle sue domande assicurando, in lacrime, che quel ragazzo di Torino che dopo la guerra aveva amato sarebbe presto tornato da loro. Purtroppo non ritornò.
La mancanza del padre gli segnò così l’infanzia: negli anni delle elementari alle “Pernici” gli venne fatta pesare come una sua colpa imperdonabile. Tanta era la sua umiliazione che, messo di continuo alle strette da autorità varie su chi fosse suo padre, finiva sempre per dire: “Figlio di N. N.” Era quella la vergognosa formula che si usava nei documenti. Mario era sostenuto dalla nonna Teodolinda, donna dignitosa, ultima erede della nobile famiglia Riccamboni.
Dalla grande casa nobiliare alla modesta abitazione in via Cerere 14, in centro a Riva, il passo per lei non era stato facile. Il cognome “Morandi” lo aveva “ereditato” da nonno Giacomo, marito della nonna. Mario ricorda gli infiniti momenti tristi e mortificanti, le umiliazioni subite da insegnanti insensibili. Viveva da emarginato, tanto da essere escluso, per indigenza, da gite o dalla colonia. Per buona sorte aveva il sostegno della gente di via Cerere e la vicinanza di alcuni amici veri: il Guerrino, l’Armando e il Franco.
Nel 1960 la svolta: viene assunto come apprendista tipografo prima da Gottardi e poi da Gianmario Tonelli. Ha passione e ci sa fare. Nel 1966 legge che cercano un tipografo a Lugano. Vince il concorso, è assunto e, con le sue capacità, si fa strada. Fonda riviste di successo, le cede e a 55 anni è già in pensione: sono gli anni del benessere e del calore della famiglia, della dignità e della soddisfazione di aver cambiato un destino che lo avrebbe voluto perdente e infelice.
“Le difficoltà che ho avuto nel raccontare questa storia vera – considera – si sono manifestate nello scrivere il racconto, oggi da adulto con l’innocenza di un bambino”. E ancora: “Di questo racconto ho avuto un consenso che mi ha commosso per il coraggio di scriverlo e mettere a nudo un’infanzia infelice: questa è una storia vera, piena di sofferenza e coraggio, vissuta con gioia e con molto dolore”.
Vittorio Colombo

 

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