
Il Pierino odorava di canfora. A forza di massaggiare polpacci e cosce di calciatori della Benacense quel particolare odore di merluzzo andato a male gli era rimasto addosso. Questo perché il Pierino Santorum era il massaggiatore ufficiale della Benacense, anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Passavano i presidenti, i giocatori, ma il buon Pierino massaggiava e poi massaggiava ancora, incurante del trascorrere delle stagioni e delle dimensioni dei polpacci.
Ora vi dico com’è bello ricordare il caro Pierino: immaginatevi, cosa che oggi è fantascienza, le tribune del Benacense gremite. Era il fascino della conquistata serie D ed erano, a dirla tutta, altri tempi. Il vociare anarchico del popolo delle tribune, di punto in bianco, veniva lacerato da un urlo straziante di dolore. Anche allora, che credete! c’erano i calciatori attori, detti anche “cascatori a comando”. Insomma, in mezzo al campo, un uomo a terra. Strillava come un gatto in amore e alzava una gamba. Non per diletto, ma per far vedere ad arbitro e colleghi di teatro amatoriale, che gli stavano intorno con l’aria di chi piange il morto, la parte nobile colpita da un vile calcione avversario. Ed è qui che veniva il bello: dai pressi della panchina partiva a razzo verso la dolente rappresentazione un duo formidabile, una coppia da quadro d’autore. Il Pierino, in tuta azzurra, correva a razzo verso il luogo del misfatto. La parte superiore, con viso allarmato, era protesa in avanti; teneva nelle mani una cassetta, una specie di urna, con dentro bottiglie di canfora e Lasonil da spalmare. Gli arrancava dietro l’Oberhuber, vice massaggiatore, in tutta la sua magrezza e occhiali, con un secchio pieno d’acqua nella destra e una spugna nella sinistra. Il Pierino si gettava in ginocchio al capezzale del ferito e, ricevuta dall’aiutante la spugna, la immergeva nell’acqua del secchio. Passava quindi la spugna intrisa d’acqua su varie parti, un po’ a caso, della gamba del ferito.
Il popolo sulle tribune a quel punto esplodeva: era il momento tanto atteso! Saliva alto l’urlo: “Dai, Pierino! daghe l’acqua di Lourdes!”. Di solito il miracolo era assicurato: il presunto ferito balzava in piedi, vispo come un capretto, e, afferrato il secchio d’acqua, se lo portava al viso e, rovesciando all’indietro la testa, beveva a garganella. Dalle tribune il grido esultante: “L’acqua di Lourdes, l’acqua di Lourdes del Pierino!”. Una meraviglia, meglio che a teatro! Ho, come tutti, un bel ricordo del Pierino: disponibile, gentile ed operoso custode del campo. La domenica, quando non c’era il campionato, scarpinava anche per dieci ore sui nostri monti e il lunedì ci raccontava l’impresa.
Tornando ai suoi raid sanitari nelle partite val la pena raccontare che una volta, pur con reiterati colpi di spugna anche in faccia e acqua a secchiate sul calciatore steso a terra, il miracolo faceva cilecca. Niente, il ferito continuava a strillare e non voleva saperne di tornarsene verticale. Fu proprio a quel punto che si alzò dalle tribune la voce baritonale del Betta, il leader delle invasioni di campo. Il “Cecòm”, visto il momento altamente drammatico, affidò all’aria il grido entrato poi nella leggenda: “Dai, Pierino, daghe l’oio sant!”.
Vittorio Colombo