
Raccolta in uno scialle e raggomitolata sul poggiolo di casa vedo una bimba che legge con il libro sulle ginocchia. Mi fermo, m’interesso. Non ha luce elettrica in casa. È stata tagliata perché il babbo non poteva pagare. A sera, a lume di lucernetta, per il compito è troppo tardi, viene sonno. La bimba approfitta della poca luce del giorno che ancora resta. Sono commossa e la faccio entrare al caldo. Non mi importano i compiti.
È una maestra che scrive. Succedeva a Nago nel 1936, come si ricorda in un vecchio numero della rivista Giurisdizione di Penede. «Che vecchiume!» si dirà. E poi, «A che serve? Acqua passata non macina più!» Va beh c’è chi, come chi scrive, ha fatto le Elementari con il Cuore, il libro di De Amicis strappalacrime e fin troppo patetico. Sia come sia, me la vedo davanti la bimbetta di Nago: mi ricorda la Piccola Fiammiferaia della fiaba, ma, a ben guardare, non tanto fiaba. Esercizi di memoria al limite del masochismo? Forse ma, forse, è anche il caso di considerare sommessamente che i nostri bisnonni o nonni provarono nei loro anni verdi, stenti, fame e faticata, spesso non a scuola con i libri ma nei campi con la vanga. Forse è il caso di considerare che in certi Paesi disgraziati del mondo l’infanzia è ancora oggi negata. Forse è il caso di considerare ancora che, alla faccia delle merendine, esiste oggi anche da noi ma soprattutto nelle grandi periferie una povertà diffusa ma, per molti aspetti resa invisibile, che colpisce le famiglie, soprattutto i bambini.
Allora, a quei tempi dimenticati, nel preistorico 1936 la maestra di Nago scriveva ancora: «Inizia oggi la refezione. Scrivo questo mentre mangiamo. Ci sono 39 scolari e 14 vecchi. Sono molto contenti della minestra e del pane. Lo spezzettano, lo guardano. Parecchi ne avevano dimenticato il sapore. Un bambino ne ha nascosto un pezzo in tasca. Forse è per la mamma».
Vittorio Colombo