Articolo pubblicato il: 01/02/2026 alle 12:00
La Busa - Il signor Compasso di Torbole, consolatore di vedove
Posted By Redazione
Categoria: Amarcord, Notizie

Era nato con la gamba destra con piede girato all’interno. Gli avevano così confezionato uno scarpone, grosso e alto, che gli consentiva di camminare. Sì, ma come? Dopo aver portato avanti la gamba “normale”, dritta, come fanno tutti, slanciava in fuori la destra, quella offesa; lo scarpone si alzava, quindi disegnava nell’aria un semicerchio esterno a mezz’altezza per poi andare in pari all’altra, pronta per il prossimo passo. Per alzare la gamba con lo scarpone il Nostro doveva piegare il busto e la testa dal lato opposto. Dava così, a vederlo, un po’ il mal di mare. Ma, per questo suo particolare modo di procedere, per tutti i Torbolani il personaggio era “Compasso”, un soprannome più che mai pertinente visto che procedeva disegnando con la gamba “scarponata” una sequenza di semicerchi, che parevano fatti proprio con il compasso, quello che si usava a scuola. I monelli di Torbole lo imitavano. Così il Nostro procedeva nel suo “compassare” affiancato da una schiera di ragazzini che lo imitavano. Ma lui, a quanto dice anche chi lo ricorda come l’Aldo “Tajóm” Tavernini, non se la prendeva. Era infatti un tipo ameno. Gli piaceva, tra l’altro, fischiettare per lo più motivi che erano stati auge, tempo prima, con il Fascismo.
Se fosse tutto qui, già sarebbe storia succulenta. Ma c’è dell’altro, e che altro!
Il signor Compasso era, come si suol dire, dotato di ben conosciuta virilità, forse per una sorta di compensazione o, come si vociferava, per l’esercizio fisico impegnativo che aveva rinforzato le sue parti basse. Succedeva che sul far del tramonto lo si vedeva compiere un itinerario particolare nelle vie di Torbole. Si fermava davanti a delle case dove vivevano delle vedove. Si guardava un po’ in giro, mani in tasca, poi, proprio sotto la finestra della vedova di turno, fischiettava non marcette da reduce dei tempi andati, ma motivetti allegri o struggenti. Si definirebbero, oggi, da “merlo maschio”. Se, a questo richiamo amoroso, sul davanzale della finestra appariva uno straccio bianco, era fatta! La bandierina certificava la disponibilità della buona donna. Se talvolta, pur sfiancato dal troppo fischiare, lo straccio non compariva, va beh, nessun problema! Si rimetteva in cammino e ripeteva il concerto sotto altra finestra vedovile. Che succedeva poi? Il Compasso, pregustando delizie, si inerpicava come stambecco zoppo fino al piazzale della chiesa di Sant’Andrea, luogo fantastico per visioni dall’alto, soprattutto all’imbrunire, dei tetti da presepio di Torbole e del lago dai riflessi di luci ruffiane.
La vedova dello straccio, talvolta indicata dai Torbolani come “strazzada”, ben presto arrivava. E allora… beh che volete? Stendiamo un velo di discrezione.
Ma questo davvero accadeva. Mitico il signor Compasso, che aveva la missione di ridare istanti di felicità a donne segnate da lutto di consorte, ma mai del tutto dome. “Consolatore delle afflitte” approvava Sant’Andrea che, sorridendo, chiudeva gli occhi per santo pudore. Il signor Compasso era un personaggio ben inserito nel paese, da alcuni addirittura ammirato. C’era anche chi, forse esagerando e forse no, sosteneva che nei momenti dell’amore, pur in posizione sdraiata, anche la gamba con scarpone andava in erezione. In tal caso si alzava e disegnava ripetuti compassi a mezz’aria. Quanti? Il numero dipendeva dal gradimento.
Vittorio Colombo

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