
Quando la salita si faceva dura, il Camoscio di Mezzomonte iniziava la danza sui pedali. La ruota davanti si alzava, lo sguardo del pedalatore andava a cercare le cime degli alberi. Gianni andava su, elegante e spavaldo. Gli altri corridori mordevano la polvere, mentre il Camoscio trionfava in regale solitudine al traguardo. Un destino da predestinato il suo. Non a caso il Gianni Carpentari era nato a Mezzomonte di Folgaria, il 14 settembre del 1941, paese arrampicato su un costone di montagna. Il piccolo Gianni amò la bicicletta e, allo stesso modo, le salite. A fine anni Cinquanta del secolo scorso vinse diverse corse di categoria. Il dirigente roveretano Tettamanti e l’ex campione Bepi Pintarelli lo presero nella Faema di Rovereto. Nel 1959 il Gianni si aggiudicò a Rovereto la Coppa Marsilli, lasciandosi dietro i rivani Mandelli e Silvano Consolati. I giornali uscirono a grandi titoli: era nato un arrampicatore delle due ruote e un personaggio consacrato come il “Camoscio di Mezzomonte”. Del camoscio aveva la gioia di arrampicare e le fattezze, perché era piccolo, leggero come una piuma e con occhi furbi da cuor contento. Nel 1960 vinse la prima delle sue cinque vittorie nella classicissima Trento-Bondone. I volponi rivani fecero carte false per portarlo alla Benacense. Lo scippo sportivo venne messo a segno da personaggi del calibro di Mandelli, Bresciani, Rosà e Bianchi. Il Gianni, come lui stesso dichiarò, fu convinto a trasferirsi a Riva dalla lusinga “di mettere in saccoccia il pollo e la bistecca”. Con i colori verde ramarro della Benacense vinse di tutto. Un elenco è impossibile. Ricordiamo la Bassano-Monte Grappa e la Egna-Pordoi, valida per il Trofeo “Coppi”. I suoi erano sempre arrivi in solitaria con alle spalle i più forti Italiani, tra i quali, nella Trento-Bondone del 1962, tal Felice Gimondi. Nel 1963, diretto dall’ex corridore Italo Garbari e dal dentista rivano Pietro Gabrielli, continuò a mietere vittorie; tra queste conquistò la salita del Grappa, le corse Arco-Monte Velo e Rovereto-Pasubio, nella quale precedette Michelotto. Eberardo Pavesi lo voleva tra i professionisti, ma il Gianni preferì restare dilettante. Passò però alla Legnano, quindi alla Ceat Torino. Gareggiò con onore su tutte le strade, e sul Ghisallo si mise ancora alle spalle Gimondi. Con i colori della Cavallino Rosso di Asti si arriva al 1965. Vinta la sua quinta Trento-Bondone, partecipò con la Rappresentativa nazionale al Giro della Jugoslavia. La vittoria nella tappa di Serajevo davanti al russo Petrov e al belga Janssen fu il grande botto finale. Era il momento giusto per appendere al chiodo la bicicletta e lasciare all’apice del successo. Negli anni successivi il Gianni, sempre apprezzato per la disponibilità e il suo carattere allegro, rimase sempre attivo nel mondo delle due ruote; aprì un negozio di articoli sportivi a Riva (ora gestito dai familiari a Torbole), mentre il nome Carpentari venne mantenuto vivo nel ciclismo dai due figli Andrea e Stefano.
Nel 2015 lasciò questo mondo un campione che, con il suggestivo nome d’arte di “Camoscio di Mezzomonte”, merita di essere ricordato.
Vittorio Colombo